DE SFROOS A SANREMO INIEZIONE DI FIDUCIA

di LORENZO MORANDOTTI

Da martedì all’arrembaggio del festival
Alle orecchie di chi ha avuto il privilegio di ascoltarlo in anteprima, dando corpo di note alle strofe che viaggiano su Internet, suona al contempo “globale” e “locale”. Cioè un sincretismo in piena regola. Senza padroni né padrini. È il nuovo brano di Davide Van De Sfroos Yanez. Con cui il cantautore andrà, da martedì, all’arrembaggio di Sanremo con la sua ciurma di “pirati” musicali. Applaudito dalla “lariana” Elisabetta Canalis e, forse, anche da George Clooney. Che pare

atteso – questione di ore – a Villa Oleandra.
I bookmakers non danno favorito Davide. Ma all’Ariston anche Vasco Rossi (lanciato in tv proprio da Morandi, nel 1979) non brillò in classifica ufficiale. Eppure la vetrina – anche grazie alle sue intemperanze – ne amplificò la notorietà. La canzone dedicata dall’artista comasco al padre “corsaro” e ispirata dai miti salgariani è un folk balcanico, esempio tipico di quello stile De Sfroos prima maniera “alla Goran Bregovic de noantri”, divertente e ballabile, che l’ha reso simpatico anche a chi non mastica a fondo il dialetto. E ne assume sfumature e messaggi per ancestrale analogia d’orecchio, più che per diretta comprensione filologica.
Un’iniezione di buonumore per i lariani suona comunque la presenza di De Sfroos in gara a Sanremo. Mai così in alto è stata rappresentata la bandiera della musica comasca, come in quella che si annuncia l’edizione qualitativamente più interessante dell’ultimo ventennio.
Certo, ci sono state presenze lariane episodiche, a volte “doc”, a volte d’importazione: il Quartetto Cetra, Rosanna Fratello, Wilma De Angelis, Marco Ferradini, Viola Valentino, Garbo, Ivana Spagna, Milva, Anna Oxa, Simone Tomassini, i Deasonika, Eros Ramazzotti, Andrea Ori. Ma De Sfroos è un prodotto lariano più strutturato, maturo e identitario. Canta la voglia matta di uscire dal guscio portandoselo dietro, come fa la chiocciola. Dopo tanta gavetta, ecco la consacrazione che l’establishment gli doveva. Ma suona anche come una primavera di rinascita per quel Lario di cui Davide è, volente o nolente, simbolo e portavoce. Nell’anno dell’Unità, De Sfroos celebra le radici, ma non è un nostalgico. Canta in dialetto ma cita iPhone e vuvuzelas. E non è un caso se il nuovo cd in uscita a marzo (Yanez esso pure) avrà testi tradotti in una quantità di dialetti. E con molti ritornelli in italiano. Come dire: bando alle ciance campanilistiche.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.