Delitto di Carugo, deve parlare ma viene minacciato dal fratello dell’imputato
Cronaca

Delitto di Carugo, deve parlare ma viene minacciato dal fratello dell’imputato

Altra giornata calda nel processo in Corte d’Assise a Como per l’omicidio di Alfio Molteni, architetto di Carugo ucciso sul cancello di casa mentre andava in stazione a prendere il figlio. In aula tre imputati: il presunto mandante Alberto Brivio, coimputato con la moglie di Molteni che tuttavia ha scelto una strada processuale diversa (l’Abbreviato), Vincenzo Scovazzo (uno dei presunti autori materiali del delitto) e l’investigatore privato che forniva informazioni sugli spostamenti dell’architetto. Anche ieri non sono mancati i colpi di scena. Fin dall’avvio della giornata, quando un testimone – colui che aveva fatto conoscere Brivio con Luigi Rugolo, l’uomo che assoldava via via gli esecutori degli atti intimidatori – ha raccontato ai giudici di essere stato minacciato dal fratello di Scovazzo all’esterno dell’aula della Corte. Pressioni già avvenute un occasione dell’ultima udienza e che sarebbero proseguite anche questa settimana. «Veniva fuori dal mio negozio con una macchina nera di lusso, puntava la vettura verso la vetrina e stava lì a guardarmi».
Atteggiamento intimidatorio che ha portato il teste a dire di non sentirsela di proseguire nella testimonianza. La Corte ha acquisito – su richiesta del pubblico ministero – i verbali che erano stati acquisiti in corso di indagini e la palla, su questa intimidazione, passa di nuovo alla Procura, che ora aprirà un fascicolo per verificare l’accaduto.
Il supertestimone
Non è tutto, perché anche la difesa di Vincenzo Scovazzo (avvocato Luca Valaguzza) ieri ha giocato una carta ritenuta importante, quella di un “supertestimone” che conoscerebbe dettagli su quanto avvenuto sul cancello di casa di Carugo il 14 ottobre 2015.
Si tratterebbe di un detenuto che mentre attendeva di essere trasferito a Como per un processo, parlando con Scovazzo – anche lui in attesa di essere tradotto per l’udienza – avrebbe riferito di sapere chi c’era sul luogo dell’agguato costato la vita a Molteni.
La Corte d’Assise ha ammesso il testimone che dunque verrà sentito nelle prossime udienze. Fino ad oggi la versione della Procura è che su mandato di Daniela Rho e Alberto Brivio e su incarico di Luigi Rugolo, Vincenzo Scovazzo, Giuseppe De Martino e Michele Crisopulli (per questi ultimi due le strade processuali sono state diverse) si presentarono a Carugo per compiere quell’atto intimidatorio che per errore si trasformò in omicidio.
La “commissione”
Molti i testimoni che sono sfilati ieri. Tra questi anche il 30enne di Cesano Maderno che avrebbe aiutato Crisopulli a bruciare l’auto di Molteni, rubata dopo l’agguato mortale. L’uomo ha raccontato di una serata a base di cocaina a casa di una donna, poi dell’amico che si allontana per compiere «una commissione» salvo tornare un’ora dopo dicendo di dover bruciare un’auto per conto di una banda di albanesi in cambio di un po’ di droga. «Mi sembrava una cosa strana ma non chiesi nulla – ha detto – Lo accompagnai a bruciare l’auto. Usò un rotolo di carta igienica che accese dentro l’abitacolo mettendolo sotto il sedile».
«Molteni aveva paura»
In aula anche l’avvocato dello studio che curava gli interessi civili e penali di Molteni. «Quella con la Rho era una separazione molto conflittuale – ha raccontato – Dissi di mettere per iscritto gli atti intimidatori che accadevano. Mi diceva: “Avvocato ho paura”, ma non aveva sospetti. Voleva bene a sua moglie Daniela e non poteva credere che lo volesse danneggiare. Io e i miei colleghi di studio invece qualche dubbio l’avevamo. Quando ci fu l’ultimo pronunciamento favorevole del giudice in nostro favore da un punto di vista legale eravamo contenti, ma ci guardammo e dicemmo: “Speriamo ora non accada qualcosa”». Davanti alla corte anche la ex moglie: «Ci sentivamo ancora, Alfio era un punto fondamentale per la vita di nostro figlio. Era preoccupato, si sentiva pedinato e non sapeva da chi e perché. Non aveva frequentazioni pericolose o strani giri, nemmeno fumava».

19 gennaio 2018

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