Delitto di Carugo: la moglie di Alfio Molteni davanti al giudice

Alfio Vittorio Molteni, l'architetto ucciso

I carabinieri del reparto scientifico impegnati nei rilievi a Carugo dopo l’omicidio di Alfio Molteni

Cinque richieste di rinvio a giudizio e la convinzione, da parte della Procura di Como, che i mandanti e promotori dell’omicidio dell’architetto Alfio Molteni furono la moglie e il suo amante. Il pm Pasquale Addesso ha formalizzato al giudice Carlo Cecchetti la volontà di processare i due – Daniela Rho (46 anni) e Alberto Brivio (49 anni), commercialista dell’azienda di famiglia – e altre tre persone. Per la precisione Vincenzo Scovazzo (56 anni), presunto esecutore materiale del delitto, Giuseppe De Martino (61 anni) che avrebbe accompagnato i killer fuori dalla casa di Molteni a Carugo, e infine Giovanni Lazzaro Terenghi (59 anni), investigatore privato a cui non viene contestato il delitto ma un ruolo negli atti persecutori che precedettero l’omicidio. Tra questi, il tentativo (in concorso con altri) di incastrare Molteni nascondendogli della cocaina nei pressi dell’auto per poi andare in Questura a Como a denunciare l’architetto.

Secondo la Procura di Como, il fine ultimo di tutta questa attività di discredito attorno al professionista poi ucciso (per sbaglio, in quanto il delitto avrebbe dovuto essere un avvertimento) era l’ottenere, in favore della moglie, l’affidamento esclusivo delle figlie senza più permettere che il padre le vedesse. Azioni iniziate nel mese di luglio del 2014, dopo che Molteni aveva revocato il consenso all’accordo di separazione. Per questo – sempre secondo quanto sostenuto dal pm – gli atti persecutori aumentarono di “spessore” settimana dopo set timana, passando da telefonate e pedinamenti a incendi dell’auto e della finestra di casa, fino all’esplosione di colpi di arma da fuoco contro l’abitazione di Molteni a Carugo. La sera del 14 ottobre 2015, alle 20.50, l’epilogo drammatico della vicenda. L’architetto – che si stava recando in stazione per prendere il figlio – fu avvicinato da due uomini (Michele Crisopulli, già condannato a 18 anni e 8 mesi, e Scovazzo) che avevano il compito di gambizzarlo. Il proiettile tuttavia recise l’arteria iliaca causando la morte. Gli esecutori materiali – il giorno dopo il delitto – ricevettero la somma di 10 mila euro per il “lavoro” svolto.

Mauro Peverelli

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