Delitto di Veniano, l’accoltellatore resta in carcere. Le motivazioni del riesame

omicidio di un giovane nel parco di Veniano

«Una reazione così abnorme, in nessun modo può essere giustificata». L’indagato «ha reagito alle provocazioni meramente verbali di un ragazzo di 25 anni disarmato – e nemmeno spalleggiato da amici o conoscenti – colpendolo e uccidendolo».

«Non può un litigio con uno sconosciuto per due schizzi d’acqua, per quanto degenerato verbalmente, sfociare in una simile reazione». Con queste parole assai pesanti, che prendono una posizione netta sulla vicenda, il giudice del Riesame del Tribunale di Milano ha respinto le richieste della difesa di Gabriele Luraschi, che chiedeva una attenuazione della misura. L’uomo, un 47enne di Fenegrò, si trova in carcere con l’accusa di avere ucciso a coltellate, al termine di una lite dopo essere stato bagnato da alcuni schizzi d’acqua provenienti da una fontanella, un ragazzo di Veniano, Hans Junior Krupe la sera del 16 giugno nel corso di una festa nel parco del paese.

La difesa – avvocati Roberto Colombo e Luca Gabrielli – si era rivolta al Riesame evidenziando presunte contraddizioni nelle versioni fornite dagli amici della vittima dettate anche dal buio che avvolgeva il punto della lite, sottolineando inoltre che il 47enne reagì ad un comportamento violento del ragazzo che poteva mettere in pericolo lui ma anche il figlio piccolo che era a poca distanza.

Versione che i giudici milanesi hanno ritenuto «palesemente infondata». «Fu Luraschi, estraendo il coltello e mostrandolo, ad assumere per primo un comportamento minatorio e violento», scrivono nelle motivazioni, aggiungendo come pure lo stesso imputato, nella sua versione, non fornisca alcun dettaglio su un eventuale «comportamento violento da attribuire al ragazzo». I giudici fanno infine notare come «non può configurarsi la legittima difesa». «Luraschi aveva la possibilità di prendere il figlio e andarsene… Invece non solo non si è allontanato, ma a sua volta si è avvicinato alla vittima con fare aggressivo». Una vicenda che denota come l’indagato, agendo in questo modo contro una persona che non conosceva e contro cui non poteva avere motivi di astio, abbia mostrato «una scarsissima capacità di dominare i propri istinti aggressivi» che merita per i giudici la conferma del carcere.

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