Delitto Molteni, la perizia sulla moglie: «Tratti di fragilità, ma capace di intendere»

Alfio Vittorio Molteni, l'architetto ucciso

Daniela Rho era capace di intendere e di volere quando avvenne il delitto del marito, l’architetto Alfio Molteni. Ed è anche in grado di poter stare nel processo che la vedrà in aula la prossima settimana. Sarebbe questa la conclusione – depositata alle parti – cui è giunta la psichiatra milanese Marina Verga, già attiva in casi di cronaca come quello della coppia dell’acido Alexander Boettcher e Martina Levato. La professionista era stata chiamata dal giudice Carlo Cecchetti, dopo che la difesa aveva presentato una consulenza di Massimo Picozzi che aveva ipotizzato per la Rho di un «quadro di compromissione severa» che avrebbe «avuto ricadute sulla capacità di intendere il significato delle azioni» che hanno condotto alla morte del marito, Alfio Molteni. La Rho, lo ricordiamo, rispetto al presunto amante Alberto Brivio che ha scelto di sfidare la Corte d’Assise di Como (nell’articolo in basso la cronaca dell’udienza di ieri), ha optato per un rito alternativo, l’Abbreviato. Le vicende processuali di quelli che per la Procura furono i mandanti dell’omicidio di Carugo, si sono dunque divise.
La difesa della Rho aveva poi presentato la consulenza del noto criminologo e psichiatra Picozzi, spingendo il giudice a predisporre una perizia per verificare la mente dell’indagata. Il responso sarebbe stato depositato nelle scorse ore e verrà discusso in udienza la prossima settimana. Anche la Procura aveva nominato il proprio consulente, lo psichiatra di Pavia Giacomo Mongodi.
La perizia aveva il compito di rispondere alle domande sulla pericolosità sociale e sulla capacità di intendere e di volere al momento dei fatti.
Secondo la psichiatra nominata dal giudice tuttavia non ci sarebbero «gravi aspetti psicopatologici» e la Rho verrebbe dunque valutata come una persona «cognitivamente non deficitaria», «di normale intelligenza» e «esente da grave psicopatologia che ne comprometta la critica, il giudizio, la coscienza».
Secondo il perito esistono «tratti di fragilità» che sarebbero «capaci di rendere la vita del soggetto più complessa», ma non avrebbero la «caratteristica necessaria» per essere considerati «capaci di inficiare il giudizio».
La difesa aveva invece parlato di un «disturbo schizo-affettivo», con «tratti paranoici» che disegnava un «quadro di compromissione severa» e che avrebbe avuto «ricadute sulla capacità di intendere il significato delle azioni» che hanno condotto alla morte del marito. Se ne discuterà in aula tra una settimana.
Mauro Peverelli

Articoli correlati