Delitto Molteni: «Risarcite i parenti con 8 milioni di euro»
Cronaca

Delitto Molteni: «Risarcite i parenti con 8 milioni di euro»

Quasi otto milioni di euro di risarcimento del danno tra provvisionali e non. Sono le richieste delle parti civili chiamate a parlare ieri mattina nel processo in Corte d’Assiste per la morte dell’architetto Alfio Molteni. Delitto avvenuto a Carugo il 14 ottobre 2015. In aula, come è noto, Alberto Brivio (l’amante della moglie di Molteni, Daniela Rho, già condannata a 20 anni in primo grado), Vincenzo Scovazzo (presunto esecutore materiale del delitto su mandato di Brivio e Rho) e Giovanni Terenghi, l’investigatore privato che forniva indicazioni ai due amanti sugli spostamenti di Molteni.
Le richieste sono state di un milione di euro a titolo provvisionale invocati dall’avvocato Ivana Anomali in favore del padre del fratello della vittima, di 3 milioni di euro e di 500mila euro a titolo definitivo per il figlio e l’ex moglie di Molteni (avvocato Daniela Figini) e di 1 milione e 700mila euro di provvisionale per le due figlie minorenni avute dalla Rho, rappresentate dal curatore speciale Giovanni Ceola. Per un totale, dunque, di poco meno di 8 milioni di euro.
Pesanti anche le parole delle parti civili. «Brivio voleva sostituirsi a Molteni nella famiglia Rho – ha detto l’avvocato Figini – Era il grande burattinaio di questo piano. E accanto a sé aveva una donna, Daniela Rho, cinica e meschina. L’unico movente di questo delitto è stato liberarsi dell’avversario, per Brivio, e del marito, per la moglie». «Alfio Molteni era una persona normale, un buon papà, un buon figlio e anche un buon fratello – ha detto l’avvocato Anomali – Il quadro che esce della moglie invece è di una donna che pensava di dominare tutto con i suoi soldi. Accanto aveva Brivio, ambizioso, caparbio, ma anche freddo e calcolatore. Nessuno ha mai chiesto scusa ai miei assistiti. Il padre ancora oggi chiede il motivo dell’uccisione di suo figlio, ma un motivo non c’è. Per questo gli imputati, due menti diaboliche e criminali, meritano una punizione esemplare anche dal punto di vista del risarcimento».
«Non volevano gambizzare Molteni – ha concluso Ceola – Chi ha sparato l’ha colpito in una zona alta del corpo, non sul piede. Hanno mirato al centro del corpo, e questa è la prova della volontà di uccidere. Del resto abbiamo sentito in quest’aula che dovevano “andare sul pesante”».
Ultimate le parti civili hanno poi iniziato le difese, partendo dagli avvocati Paolo Camporini e Francesca Beretta.
«Per la posizione di Terenghi bisogna dare risposta a una sola domanda – hanno detto i legali dell’investigatore privato – È stata provata la sua consapevolezza in quanto stava avvenendo? Altrimenti, senza consapevolezza non c’è colpevolezza e tutte le sue condotte non sono punibili. Terenghi si differenzia da tutti in quest’aula, perché stava svolgendo il proprio lavoro, una professione complicata ma autorizzata. Servono prove, non indizi. Non siamo più nella fase cautelare, ma secondo noi l’accusa non ha provato nulla». «La signora Rho si è comportata in questo processo come ha fatto nella vita – ha concluso Camporini – Ha ottenuto il massimo facendo la brava bambina, ed ora lei è a casa. Ma Terenghi ha capito che qualcosa non andava, ha manifestato le proprie perplessità e per questo era stato allontanato».
Venerdì prossimo parleranno le altre difese.
Mauro Peverelli

7 aprile 2018

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