Sport

Momenti di gloria-Denes Kemeny, il coach più vincente della pallanuoto. «Como ha tracciato la mia carriera»

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Un grande uomo di sport
Con l’Ungheria ha vinto tre Olimpiadi consecutive, un Mondiale e un Europeo

Tre titoli olimpici consecutivi (Sydney, Atene e Pechino), un Mondiale, tre ori europei, 29 medaglie internazionali totali. Questi sono gli allori più importanti di una carriera strepitosa da commissario tecnico dell’Ungheria di pallanuoto. Ma prima Denes Kemeny è stato una bandiera della Como Nuoto.

Era il 1987 quando l’ungherese, bomber, classe 1954, entrò nel settebello lariano. Nel 1992, poi, la dirigenza gli affidò il ruolo di allenatore della prima squadra: nella stessa stagione arrivò la vittoria nel torneo di A2 con il ritorno nella massima serie. Poi, nel 1997, il passaggio alla Nazionale del suo Paese. Ora, dopo aver lasciato il ruolo di c.t., oltre a essere un simbolo dello sport del suo Paese, è presidente della Federazione ungherese di pallanuoto, con Como nel cuore.

«L’esperienza a Como ha tracciato quello che sarebbe stato il mio futuro da allenatore – spiega da Budapest – Mi è servito tutto: giocare, allenare i bambini poi la prima squadra. Ho avuto importanti insegnamenti che sono tornati utili quando poi mi hanno chiamato alla guida dell’Ungheria».
In particolare cosa ha portato nel suo Paese dall’esperienza sul Lario?
«La democrazia, e spiego il perché. In Italia vale il principio del gruppo, dove tutti possono dare il loro apporto a seconda delle caratteristiche che hanno. In Ungheria c’era invece la tendenza a privilegiare i migliori e a non considerare e ad escludere chi aveva meno qualità. Quando mi hanno chiamato alla guida della Nazionale ho cercato di portare un mix, puntando su un gruppo con le gerarchie, ma in cui tutti avrebbero potuto dare un contributo importante».
E i risultati si sono visti. Lei ha vinto tutto quello che c’era da vincere ed è diventato un eroe nel suo Paese.
«Ho trovato un giusto equilibrio senza dimenticare, appunto, quello che avevo imparato in Italia. Ripenso a quando sono arrivato alla Como Nuoto: io ero più lento rispetto agli altri compagni, ma puntavo molto sulla potenza, nei duelli ravvicinati. Davo tutto in allenamento nel confronto fisico, ma con il senso del gruppo, cercando di mettere a disposizione dei compagni la mia esperienza».
Anche se con tanti impegni possiamo immaginare che lei segua sempre la Como Nuoto.
«Certamente: sono rimasto legato a Como. Il giorno della promozione in serie A, qualche mese fa, ero felice e, guarda caso, ero con Paolo Barelli, presidente della Federazione Italiana Nuoto, quando ho avuto la notizia. La piscina di Muggiò merita una squadra in A, come pure una città operosa come Como. E poi tra i miei ricordi belli metto il fatto che lì sono nati i miei primi figli: se non mi avessero chiamato in Nazionale, sono sicuro che a quest’ora sarei stato un vostro concittadino, anche perché sul Lario potevo praticare sci nautico, una mia grande passione. Comunque abito alle porte di Budapest in una zona molto simile alla vostra: dietro c’è una collina, davanti il Danubio».
Immaginiamo che lei abbia ancora molti contatti con Como e la Como Nuoto.
«Sento due-tre volte all’anno il diesse Marco Flutti e non dimentico gli insegnamenti che mi ha dato Rudy Cattino, all’epoca mio allenatore. Ma l’elenco di amici è lungo: penso a Martino “Gigio” Bazzi, Martino Romanò, Stefano Pozzi, Gaetano Bianchi. Ho poi rivisto il portiere Marco Gerini, quando era nel giro della Nazionale e Lorenzo Vismara, quando è diventato azzurro di nuoto. All’epoca avevo consigliato a Paolo Targa, che sarebbe diventato il suo allenatore, di fargli seguire quella strada».
Tornando all’attualità, ora lei è presidente della Federazione ungherese di pallanuoto.
«Direi che è un lavoro meno stressante, abbastanza monotono, sette giorni su sette. Mi chiamano in tanti, anche per piccole cose, che però per loro sono importanti. Un lavoro da ufficio: e se faccio le cose fatte bene lo so solo io. Una volta, quando allenavo, se ne accorgevano tutti».
Rifacciamo un passo all’indietro. Lei ha vinto tutto quello che c’era da vincere. Ha qualche ricordo più bello degli altri?
«Le Olimpiadi sono come figli: ognuna differente, ma voglio bene a tutti e tre i successi, anche se il primo è stato il più difficile. Ognuno è stato a suo modo esaltante. Ricordi belli? Ne posso citare tanti, non solo sportivi. Il primo appuntamento con una ragazza al Liceo, la prima partita giocata a Como, la gara con la Lazio vinta per 8-6, in cui segnai quattro gol, decisiva per la promozione in serie A».
Ha parlato dei suoi figli. Giocano a pallanuoto?
«L’ultimo ha 8 anni e si limita a fare nuoto. I primi due giocavano ma hanno smesso e ora si dedicano al pugilato. Ma al di là di questo, penso che il compito di un genitore oggi sia quello di educare un figlio affinché possa farsi una sua vita, puntando sulle sue forze».
In conclusione, che obiettivi si pone uno che ha vinto tutto come Denes Kemeny per il suo futuro sportivo?
«Vorrei stringere la mano a un mio successore che abbia conquistato come me tre titoli olimpici consecutivi sulla panchina dell’Ungheria. Perché a quel punto significherebbe che ho vissuto molto a lungo» conclude con una bella risata.

Massimo Moscardi

Nella foto:
In alto Kemeny, terzo da sinistra in piedi, alla Como Nuoto. Sopra in un timeout con l’Ungheria. A destra, allenatore di una squadra giovanile della società di viale Geno
3 maggio 2014

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