Depositi nelle banche: nella “cassaforte” del Ticino ci sono 18,5 miliardi di franchi

Diciotto miliardi e mezzo di franchi. È questo l’ammontare dei depositi nelle banche ticinesi, così come emerge dalle tabelle pubblicate dall’Ufficio di Statistica di Bellinzona (Ustat) su dati della Banca Nazionale Svizzera (Bns). Quanti di questi soldi appartengano ai clienti italiani è impossibile saperlo. Ma sono molti, sicuramente. Perché nonostante la fine del segreto bancario e l’applicazione della cosiddetta strategia del denaro pulito (Weissgeldstrategie) – cui la Confederazione è stata “costretta” negli ultimi anni – la solidità del sistema politico-finanziario elvetico è ancora oggi (e forse più di prima) una solidissima garanzia per tutti gli investitori.
Le statistiche dell’Ustat, però, dicono molte più cose. E sono come sempre interessanti, sebbene vadano interpretate, senza che nessuno – esperto, analista o semplice osservatore – venga in soccorso al lettore.
Sì, perché quando si parla di soldi la Svizzera si chiude comunque a riccio. Diventa impenetrabile.
Un primo dato è evidente, e anche noto. La piazza finanziaria di Lugano “esplose” all’inizio degli anni Settanta. Nel 1965, i depositi in Ticino ammontavano infatti a 1,4 miliardi di franchi. Dieci anni dopo, nel 1975, erano decollati a 6,1 miliardi, per arrivare all’inizio degli anni Ottanta, a 8,1 miliardi. Gli italiani che portavano i contanti oltrefrontiera erano davvero tantissimi. Basti pensare che nel 1970, le banche luganesi avevano 352mila tra libretti e conti di deposito, diventati oltre 700mila nel 1985 e quasi un milione nel 1995.
Una massa di denaro gigantesca, che aveva contribuito anche a creare un modello di organizzazione bancaria solidissimo e unico nel suo genere. Un modello che negli ultimi anni è però andato in crisi, in coincidenza con l’innovazione digitale e la guerra aperta dello Stato italiano (e dell’Unione Europea) agli evasori fiscali.
E qui, altre statistiche e altri numeri resi noti dall’Ustat spiegano benissimo il fenomeno. Nel 2002, all’apice della sua forza, la piazza finanziaria luganese poteva contare su 74 banche, 287 sportelli e 8.600 funzionari. Una specie di esercito del denaro, che agiva incontrastato e protetto da un inaccessibile vincolo di segretezza.
A poco meno di 20 anni di distanza, le cose sono molto cambiate. Alla fine del 2019, infatti, le banche presenti a Lugano sono “soltanto” 39, gli sportelli 177 e i dipendenti degli istituti di credito poco più di 5.400. Un crollo verticale al quale non è però corrisposta un’analoga erosione dei depositi, comunque attestati – come detto – a quasi 18 miliardi e mezzo di franchi.
Nel suo ultimo rapporto, pubblicato anch’esso pochi giorni fa, il centro studi dell’Associazione Bancaria Ticinese (Abt) ha spiegato in modo molto chiaro che la vecchia piazza di Lugano è diventata oggi un «conglomerato finanziario specializzato», dove «grazie a una suddivisione del lavoro, nel contempo fortemente integrato», meno persone riescono a gestire patrimoni ingenti.
Un conglomerato finanziario che, in ogni caso, ancora oggi distribuisce salari e stipendi per quasi 740 milioni di euro l’anno.

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