DI FRONTE AL BIVIO OCCORRE SCEGLIERE

di LORENZO MORANDOTTI

Le prospettive del territorio
Il bicchiere è mezzo pieno o è mezzo vuoto? Propendere per l’una o l’altra ipotesi fa la differenza tra l’ottimismo della volontà – che invita a gettarsi nella mischia – e il pessimismo della ragione, che induce a ponderare ogni variabile e a ragionare sulle prospettive di medio e lungo periodo. Ma anche, se si è accidiosi, a tirare il freno. Magari fino all’inevitabile stop.
Comunque sia, siamo ben oltre il punto di non ritorno – e di fronte a un bivio – sul fronte del turismo lariano

, mentre si risale faticosamente la china in cerca dell’uscita dal tunnel dopo una crisi economica che snerva ancora, e pesantemente, le famiglie e le imprese.
Non restare immobili ma preferire l’una o l’altra strada è, oggi più che mai, doveroso per i comaschi. La soluzione peggiore sarebbe infatti non schierarsi e non prendere posizione. In una sorta di limbo d’indifferenza che rischia di diventare terreno fertile per eterni litigi inconcludenti.
Le strade tra cui scegliere sono presto dette. Da una parte si va verso il maturo e consapevole riconoscimento che tra i destini di Como e del Lario (intesi però, finalmente, come sistema e non come realtà autonome) c’è, concreto e praticabile senza snaturare il territorio e chi lo abita, lo sviluppo della cultura dell’accoglienza. Da declinare in varie forme e modi, certo, ma con l’accortezza di valorizzare, con la logica ferrea del gioco di gruppo, le potenzialità che si sanno esprimere. Alberghi e infrastrutture efficienti, ad esempio, comunicazione impeccabile e professionale, tempi e luoghi dedicati al tempo libero e all’evasione. Ma anche tesori d’arte e storia di cui il Lario non è affatto privo ma è spesso colpevolmente inconsapevole. Basti pensare all’immagine utopica di città moderna disegnata dai monumenti del Razionalismo che fanno di Como un museo all’aperto. Senza contare, come motivo di attrazione per le masse, l’effetto volano di fenomeni promozionali “immateriali” e imponderabili come i tanti film girati sui set locali e la presenza di Vip come George Clooney. Una via difficile, certo. Che richiede coraggio, spirito d’intrapresa e soprattutto voglia di accantonare settarismi e invidie.
L’altra strada è la negazione decisa e irrevocabile di tali prospettive, tale da relegare le potenzialità di sviluppo del turismo (paesaggio e luoghi d’arte) al ruolo di presenze velleitarie di poco o nullo respiro e iniziative di nicchia, riservate a ristrette élites che possono sì far piacere ma non certo numero. Una strada che impone però alternative vincenti e immediatamente individuabili.
Como non sarà mai una città d’arte come Firenze o Venezia, è ovvio. Ma se rivela ancora scarsa propensione all’accoglienza, deve chiedersi se il fenomeno è riconducibile al suo Dna ed è quindi senza rimedio. E se quindi si è solo voluto scherzare, all’ottavo anno consecutivo, con le mostre d’arte a Villa Olmo, che con oltre mezzo milione di visitatori sono l’unico tentativo fatto finora per uscire dal bivio.

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