Dieci anni fa l’addio alla lira. La corsa in banca dei comaschi

L’ex cassiere: «Sarebbe stato meglio avere 1 e 2 euro in banconote»
Dieci anni fa moriva la lira. La valuta italiana, in vigore dal 1861 al 2002, andava definitivamente in pensione per l’avvento dell’euro dopo il periodo di affiancamento delle due divise, compreso tra il 1° gennaio e il 28 febbraio 2002.
Qua e là, nel nostro Paese c’è chi ha continuato a far circolare la lira fino al 7 dicembre scorso, data oltre la quale la Banca d’Italia non cambia più la vecchia valuta in euro. A Curno (Bergamo), per esempio, un’azienda ha offerto ai clienti la possibilità
di pagare in lire calzature, abiti da lavoro e altri articoli studiati per prevenire gli infortuni.
Ora tutto è davvero finito ed è già tempo di bilanci per la storia. Una storia di gloria e di cadute. Come quando il “Financial Times”, nel 1960, assegnò alla lira l’Oscar monetario. O quando, negli anni ’70, le singole banche poterono emettere e far circolare una miriade di mini-assegni per fare fronte alla carenza di monete di piccolo taglio.
Chi meglio di un cassiere di banca può raccontare il passaggio dalla lira all’euro? Danilo Dotto, 59 anni, ha lavorato al Sanpaolo. È in pensione dal 2004.
Che ricordo ha di quei giorni di passaggio definitivo all’euro?
«Un certo timore diffuso tra la gente, unito a curiosità. C’era chi temeva per il cambio e chiedeva l’estratto conto per sapere con certezza, al centesimo, di quanto denaro disponesse. Per certi versi era uno stato d’animo simile alla paura del cosiddetto “millennium bug”, il baco informatico del giro d’orologio dal ’900 al 2000, quando ci fu chi prelevò tutti i soldi, in contanti, e li riportò il 2 gennaio del nuovo millennio. Tornando alla lira, ricordo le code per cambiare le banconote in euro. E poi la curiosità di vedere e di toccare la nuova moneta, la corsa ai bancomat?».
Qual era il sentimento prevalente tra i comaschi che venivano in banca?
«Confermo la prevalenza della paura del nuovo, che era insieme difficoltà propria e timore dei comportamenti altrui. C’era nell’aria l’idea che non sarebbe stato facile capire subito come funzionasse l’euro e che le fregature fossero in agguato. A me, personalmente, capitò un episodio curioso proprio nel primo giorno in cui era in vigore soltanto l’euro: mi fermai a comprare una cassetta di arance e il venditore, più per la novità e l’inesperienza che per disonestà, pensava di arrotondare subito all’insù il prezzo praticato in lire».
Qual era la domanda più ricorrente tra i risparmiatori?
«Riguardava il cambio, il suo valore. E poi, fino a quando si sarebbero potute trasformare le lire in euro. C’era chi viveva della sola pensione e temeva di rischiare qualcosa».
Voi, nelle banche, eravate attrezzati da tempo a questo passaggio epocale?
«Sì, anche se il quantitativo di denaro in euro, almeno inizialmente, non era elevatissimo. Avvertivamo i clienti che dovevano cambiare quantità consistenti di lire in euro di segnalare per tempo questa intenzione. E lo stesso valeva per le monete, di cui avevamo una disponibilità maggiore. E pensare che oggi c’è chi non si abbassa nemmeno per raccogliere da terra una monetina da cinque centesimi? Io invece lo faccio: mi parrebbe disprezzo agire diversamente. Penso che sia stato un grave errore insistere con la gente affinché dimenticasse subito la lira. Così è mancato il confronto con la realtà. Quanto sarebbe stato meglio, per esempio, coniare banconote da 1 e 2 euro, anziché monete, per far capire il valore del denaro».
C’è un episodio di quei giorni che ricorda in modo particolare?
«Beh, direi la nostra preoccupazione per la sicurezza, perché in tutte le filiali il valore del denaro custodito era doppio rispetto al solito, avendo sia lire che euro. E poi, la sparizione in quei giorni di tutto ciò che la lira comportava, per esempio le monete da cinquecento o da mille lire d’argento. Finché è rimasta in vigore la vecchia divisa, erano merci rare. Un mille lire d’argento veniva dato dalla Banca d’Italia a chi si prendeva la briga di mettersi in coda».
La gente ha continuato a lungo a portare in banca lire da cambiare?
«Sì, lo ha fatto fino alla scadenza prevista (il 30 giugno 2002, ndr) e c’era chi arrivava anche dalla Svizzera, data la nostra vicinanza con il confine, soprattutto nelle filiali più prossime alla frontiera. Con lira e euro, a noi toccava fare due quadrature in cassa. Una volta mi è capitato di contare 30 milioni di vecchie lire in tagli da mille, per lo più logori».
Lei crede che sia stato un affare passare all’euro?
«Non saprei, certo la gente non era contenta del cambio per un euro fissato a 1.936,27 lire. Spesso chiedeva: perché non fare 2mila lire? Non si rendeva conto però che, così facendo, si sarebbe ritrovato con un gruzzolo di denaro inferiore?».
Come si spiega una certa qual nostalgia che affiora per la lira?
«Negli ultimi tempi credo che abbia avuto un effetto negativo il ritornello secondo cui se salta la Grecia, salta l’euro. La nostalgia per la lira nasce soprattutto da questo. D’altronde, il fatto di avere una moneta come l’euro, è importante come “linguaggio” comune tra i Paesi che hanno adottato la stessa valuta. E poi, diciamolo, tanti italiani forse non ricordano quante volte è stata svalutata la lira».

Marco Guggiari

Nella foto:
La banconota da diecimila lire che ritraeva sul davanti Alessandro Volta e sul dorso il Tempio Voltiano

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