Discoteche, droga, recupero crediti: nuovo colpo alla ’ndrangheta

caserma Carabinieri di Cantù

Quarantotto capi contenenti ipotesi di reato di vario tipo; richieste di custodia cautelare per 27 indagati; misure restrittive concesse per 22 soggetti (16 in carcere), cinque dei quali considerati affiliati alla ’ndrangheta, criminalità organizzata di stampo calabrese. All’alba di ieri, in buona parte della provincia di Como, gli uomini dei carabinieri della compagnia di Cantù, uniti ai colleghi di Monza, hanno suonato ai campanelli di più abitazioni tra Mariano Comense, Cabiate, Como, Beregazzo con Figliaro, ma anche a Giussano, Seregno, Carate Brianza, Cesano Maderno e anche in Calabria. Un nuovo ed ennesimo maxi blitz – denominato operazione “Gaia” – che ha inferto un ulteriore colpo alle infiltrazioni della ’ndrangheta nel territorio a Nord di Milano.
Le contestazioni parlano di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, porto abusivo di armi, ma anche di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, in arrivo soprattutto dalla Spagna.
Nel mirino l’attività di spaccio, ovviamente, ma anche – come già era avvenuto per piazza Garibaldi a Cantù – la gestione dei servizi di sicurezza dei locali notturni del territorio, discoteche e pub dislocati tra Como, Erba, Cantù ma anche Monza e Milano.
Secondo gli inquirenti, la ’ndrangheta controllava i locali non attraverso le proprietà delle quote, bensì con «l’imposizione di ditte di sicurezza di “copertura”, dietro le quali si sarebbero celati soggetti appartenenti alla malavita organizzata calabrese».
Condotte che avevano lo scopo ovviamente di fare “business”, ma anche di ottenere fondi da destinare agli affiliati colpiti in questi anni dalle operazioni della Dda e ristretti nelle carceri della penisola: «Tutti i mesi bisogna mandare un regalo agli amici che purtroppo non ci sono più a lavorare con noi – dice un arrestato – e hanno bisogno giustamente di mangiare, no?».
Tra gli arrestati ben sette figurano essere residenti in provincia di Como. L’indagine è stata “firmata” da tre donne dell’Antimafia, che in questi anni hanno indagato a lungo sul nostro territorio: si tratta del procuratore aggiunto Alessandra Dolci, che aveva sgominato le coche della nostra provincia, e dei sostituti procuratori Cecilia Vassena e Sara Ombra, la prima che sta conducendo il processo sull’omicidio di Franco Mancuso a Bulgorello, la seconda che aveva condotto le udienze sulle violenze che avevano imperversato in piazza Garibaldi a Cantù ai tempi della prima retata di ’ndrangheta nella città brianzola.
Le attività di intimidazione – con metodo mafioso («…e io gli sparo quattro colpi in testa, gli faccio saltare il cranio, hai capito o no?» – che vengono contestate agli indagati in questa nuova ondata di arresti, sono le più svariate.
Officine meccaniche acquisite con la forza o intestate a prestanome per «eludere le eventuali confische», camion per la vendita dei panini (fuori dai locali) disposti solo nei luoghi indicati da chi controllava il territorio e ovviamente con il dovuto permesso, il già citato sostegno economico per le famiglie degli affiliati arrestati, la droga e una vastissima fetta dedicata al recupero credito per conto di imprenditori o artigiani che ne facevano richiesta. Molti gli esempi citati nell’ordinanza: uno di questi riguarda un bar di Novedrate che non aveva pagato dei lavori effettuati nel locale. Da qui l’intervento di due arrestati, nel gennaio del 2019, per mettere le cose a posto: «Stai facendo il furbacchione? Ti chiama e non gli rispondi? Non farlo che poi ti fai male…». In un altro caso una macchina che una officina aveva noleggiato era tornata indietro con alcune multe, che furono “pagate” 1.800 euro più una stufa da 3.000 euro perché «i verbali vanno pagati doppio». E forse anche qualcosa di più.
Una serie infinita di episodi – come detto, ben 48 ipotesi di reato messe nero su bianco – tra cui non poteva mancare l’ennesimo pestaggio all’interno della discoteca di Cantù già finita nelle carte della precedente inchiesta. Un ragazzo, all’interno del locale, rimediò 30 giorni di prognosi lasciandoci le ossa del naso e un incisivo.
Era la sera dell’ultimo dell’anno del 2017. La prima ondata di arresti c’era già stata, eppure l’attività di controllo del territorio e i pestaggi continuavano.

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