Dobbiamo adottare uno stile di vita più sobrio che faccia da sfondo a una nuova filosofia del lavoro

Risponde
Agostino Clerici

Al tempo della grande crisi economica si riscoprono professioni un tempo considerate umili che hanno a che fare con l’artigianato e il “fare” nel senso più concreto del termine come pasticcieri, gelatieri e pizzaioli.
Oggi sono posti molto ambiti non solo da giovani alle prime armi appena usciti dalle scuole professionali, ma anche da 50enni rimasti a piedi dopo la fine della cassa integrazione che sono purtroppo costretti a ripensarsi in termini professionali.
Se ci sono ambiti come questi, in cui mancano le vocazioni (e spesso anche la voglia di fare lavori umili), i posti rischiano di essere occupati da chi viene da lontano, spesso da molto lontano. Come ne usciremo?
La domanda del lettore non ha una risposta univoca.
Io almeno non la conosco, ma forse nessuno ce l’ha in tasca, quasi fosse una chiave che risolve ogni problema.
I politici si barcamenano ormai da tempo, e i governi s’alternano al ritmo di uno all’anno: uno “tecnico” (Monti) e uno “di servizio” (Letta) e adesso come si chiamerà il nuovo governo Renzi? Credo che i cittadini accetterebbero qualunque nome, purché vi sia la sostanza.
Il lettore parla di “lavori umili”. Io suggerirei di trasferire l’aggettivo dagli oggetti ai soggetti. Forse abbiamo bisogno di “lavoratori umili”.
Non è questione solo di adattarsi a quel che c’è, perché credo che tanti siano disposti a farlo, ma il problema è che non c’è proprio niente? Si tratta invece di adottare uno stile di vita più sobrio, attento a calibrare i consumi e ad evitare gli sprechi.
Dico queste cose, ammettendo che non sono esperto di leggi economiche, e so che una simile ricetta è guardata con sospetto da chi, invece, invoca con insistenza proprio una ripresa dei consumi come unica soluzione possibile per risalire la china.
Si dice: proprio perché non ci sono più soldi da spendere, l’economia è in crisi e il mercato del lavoro produce solo disoccupazione; bisogna riprendere a spendere, dando la possibilità ai cittadini di farlo, diminuendo la pressione fiscale ad esempio.
Sento dire queste cose almeno una volta al giorno da questo o quell’economista.
Poi, però, ho la sensazione di stare di fronte a un gatto che si morde la coda, a un circolo vizioso in cui si invoca a gran voce un risultato che coincide però con la premessa per raggiungerlo!
E la domanda è proprio quella che il lettore mi rivolge: “Come ne usciremo?”. Dalla crisi, e anche dal circolo vizioso che la caratterizza.
Ricordo un proverbio popolare che mio padre ripeteva per averlo imparato da mio nonno: «Far conti spesso, frenar le voglie, spendere meno di ciò che si raccoglie».
Saggezza antica da buttare? Adatta forse solo ad economie pre-globalizzazione?
No, la saggezza non è mai antica, solo deve trovare in ogni tempo le regole della sua attualità.
Credo che oggi quel proverbio abbia da insegnarci tre cose. Intanto, che occorrono programmazione e progettazione, mentre oggi prevalgono improvvisazione e azzardo.
Un esempio: ci sono pochi soldi e li si gettano nel gioco, nell’illusione del “gratta e vinci” o in qualche spericolatezza di borsa, e così anche i pochi soldi finiscono prima? del mese.
Occorre poi una sobrietà che sappia giungere anche alla rinuncia. Ai ragazzotti che vorrebbero vivere firmati, dico sempre che camminano bene anche le scarpe da 50 euro e non è il caso di fare i capricci per quelle da 200 euro!
Infine, si può risparmiare anche con un portafoglio piccolo. Io imparo dal mio gatto che lascia sempre un po’ di cibo nella ciotola, anche quando è affamato.
Ripensarsi in termini professionali o riscoprire vocazioni umili non è una tragedia, se si accetta di entrare in una filosofia del lavoro e in una visione dell’economia che non siano guidate dall’assurda chimera delle «magnifiche sorti e progressive».

Francesco Sartorelli

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