«DOBBIAMO TEMERE IL TERRORISMO FAI DA TE. SERVE LA COLLABORAZIONE DI TUTTI I CITTADINI»

Torri gemelle 10 anni dopo: cosa è cambiato secondo dambruoso
L’ultima relazione sul terrorismo jihadista di Europol, il servizio di cooperazione tra le polizie dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea con sede all’Aia, annota: «Nel 2010 sono state arrestate 179 persone legate a gruppi terroristici di matrice integralista islamica, con un aumento notevole, il 50%, rispetto al 2009. Per la precisione, 94 arresti sono stati compiuti in Francia, 19 in Olanda, 14 in Romania, 11 in Spagna e altrettanti in Belgio, 9 in Germania, 6 in Danimarca, 5 in Irlanda, 4

in Italia. Molti non danno peso a queste relazioni. Io non le considero Vangelo, però ho imparato che sui numeri bisogna meditare. I dati investigativi, nudi e crudi, indicano una cosa: l’incubo dello stragismo jihadista è ancora vivo e minaccioso in Europa».
Nel mondo senza bin Laden, il terrorismo islamico è tuttora uno dei grandi problemi irrisolti. Lo spiega in modo chiaro nel suo ultimo libro Stefano Dambruoso, magistrato e direttore dell’ufficio per il coordinamento dell’attività internazionale del ministero di Giustizia.
Pubblico ministero in Sicilia e poi a Milano, Dambruoso ha lavorato anche all’Onu. È un autentico specialista nelle questioni che riguardano il movimento del terrore di matrice musulmana.
In questi giorni è approdato sugli scaffali delle librerie italiane un volume scritto con il giornalista di Avvenire Vincenzo R. Spagnolo (Un istante prima, Mondadori, 206 pagg., euro 17,50).
Una lucida ricostruzione dei dieci anni seguiti all’attentato alle Torri Gemelle di Manhattan.
Dottor Dambruoso, perché questo libro e perché oggi?
«Il decennale dell’attacco alle Twin Towers e al Pentagono è una data diversa dalle altre, non un semplice anniversario da ricordare ma un momento in cui idealmente si racchiude un periodo nel quale sono accadute molte cose. Non ultima una convinta guerra lanciata dagli Stati Uniti contro il terrorismo».
Che cosa è cambiato in questi dieci anni?
«Intanto siamo al primo 11 settembre senza bin Laden. E poi ci prepariamo ad affrontare le conseguenze dell’annunciato ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, Paese che è stato al centro del jihadismo quando ospitava i militanti islamici provenienti da tutto il mondo per addestrarli e farne dei combattenti della causa terroristica».
Cambia il modo di pensare la lotta al terrorismo islamico?
«Indubbiamente sì. Nel rifugio di bin Laden è stato sequestrato un appunto giudicato attendibile dagli esperti su un mega-attentato da mettere in atto nel decennale dell’attacco alle Torri. Dopo il 2001 abbiamo avuto due grandi attentati in Europa, ma molti altri sono stati sventati con un monitoraggio attento. È su questo che si deve lavorare».
Ma che cos’è, oggi, al Qaeda? Esiste ancora la rete terroristica inventata da bin Laden?
«Al Qaeda non è più un’organizzazione globale come l’abbiamo conosciuta anni fa. Mantiene una sua centralità in Afghanistan ma oggi, dopo la reazione degli Usa e la guerra, si è frantumata. Il contesto storico della fine del Novecento è irripetibile, così come è impossibile rimpiazzare il carisma di bin Laden. Come detto, anche il fatto che i talebani non governino più l’Afghanistan non permette ai qaedisti di avere alle proprie spalle uno Stato in cui addestrare e proteggere i terroristi. Questo non significa, però, che il pericolo sia scomparso».
Vuol dire che al Qaeda è migrata altrove?
«Abbiamo realtà inquietanti in Somalia, nello Yemen e nel Maghreb delle rivoluzioni democratiche. La caduta dei dittatori o lo sciogliersi repentino di governi autoritari possono lasciare spazio a frange terroristiche».
Nel suo libro, citando Thomas Jefferson, lei sostiene che “il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”. Cosa intende dire?
«Oggi dobbiamo avere paura del terrorismo fai da te, dello jihaidismo che si alimenta da solo in persone spesso deboli culturalmente o fragili emotivamente. Per questo insisto molto a parlare di prevenzione. Credo che il cittadino medio debba sentirsi coinvolto nella lotta al terrorismo, aspirare a dare un contributo continuativo. Ad esempio, segnalando alle autorità situazioni anomale o sospette. A Milano come a Como o in qualunque altra città del nostro Paese».
Ma l’Italia deve avere ancora paura del terrorismo islamico?
«In Italia c’è una intelligence assolutamente matura rispetto al cambiamento della minaccia e delle caratteristiche del fenomeno».
Lei fa parte del comitato per l’Islam italiano presso il Viminale. Come sono cambiate le comunità musulmane nel nostro Paese?
«Le comunità islamiche sono diverse tra loro ma più mature. Moltissime sono sedute al tavolo della consulta e lavorano a un’integrazione adeguata, fatta non di buonismo né di multiculturalismo acritico ma di attenzione e responsabilità».

Dario Campione

Nella foto:
Un’immagine drammatica dell’attentato alle Torri Gemelle: newyorkesi in fuga l’11 settembre 2001

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.