Domenico Dara parla del nuovo romanzo

Domenico Dara

Libri che non sono cose ma esseri viventi, che scandiscono il tempo, la veglia e il sonno, il passato e il presente, l’amore e la memoria, e poi diventano polvere di una clessidra, il tutto in una sola favola da non perdere. Scrittore lanciato dal prestigioso Premio Calvino per prose inedite e autori esordienti, il comasco Domenico Dara, nato a Catanzaro nel 1971 e residente a Valbrona, approda a Feltrinelli con il suo nuovo romanzo “Malinverno”, tra i titoli più attesi della stagione letteraria. Un libro che è un inno alla lettura e alla scrittura, in cui Dara si conferma abile affabulatore. Si tratta di un romanzo coinvolgente ed emozionanteche intrecciando baroccamente fantasia e tradizione letteraria, mistero e romanticismo, accende i riflettori sul potere delle storie, dell’immaginazione e dell’amore.
La storia ha luogo in un paese del tutto originale, dove gli abitanti hanno dei nomi solo in apparenza bizzarri e dove le storie intrecciano romanzi e poemi celebri del passato, dall’Orlando Furioso a Madame Bovary. Un paese dei balocchi per il lettore, che si sentirà avvinto da queste pagine che scorrono magnetiche capitolo dopo capitolo e che ci fanno riscoprire il sapore della letteratura autentica, quella che si nutre di vita e non si ferma allo stile.
Protagonista del romanzo di Dara (che ha già dato due prove notevoli nei romanzi editi da Nutrimenti Appunti di meccanica celeste e Breve trattato sulle coincidenze, vincitore del premio “Città di Como” nel 2015) è il tenero e saggio solitario Astolfo Malinverno, nato nel 1935, zoppo, bibliotecario al pomeriggio e guardiano di cimitero al mattino che vive a Timpamara, paese dove gli abitanti hanno nomi di personaggi e scrittori celebri. Il motivo? Il vento porta ai cittadini le pagine dei libri destinati al macero, nella vicina cartiera che ha sollevato il paese dalla miseria, e loro, passandoseli di generazione in generazione, si sono trasformati in una sorta di versione italiana di Fahrenheit 451, il romanzo di Ray Bradbury poi portato al cinema da François Truffaut che racconta appunto di “uomini libro” che salvano dalla dittatura la letteratura imparando a memoria interi tomi. E così camminando per le vie del borgo ti puoi imbattere in Eraclito, Ofelia, Maupassant, Ovidio, Sallustio.

Dara, quanto c’è di progettato e architettato razionalmente e quanto c’è di emozionale e istintivo in questo progetto?

L’impalcatura generale, la struttura che regge l’opera è assolutamente razionale, frutto di una continua riflessione, di uno studio particolareggiato che consiste soprattutto nell’individuare i nodi della trama, le caratteristiche dei personaggi, gli espedienti narrativi che rendano coerente la storia. La fase emozionale invece riguarda esclusivamente il momento della scrittura, dire anzi che ne è la parte determinante: scrivere senza emozionarsi, senza partecipare alle parole, senza vivere su ogni centimetro della pelle quello che stai raccontando sarebbe un esercizio sterile.

A chi si è ispirato?

Non c’è un libro o un autore in particolare a cui mi sono ispirato. Come è accaduto per gli altri romanzi, la fase preparatoria consiste nella lettura di saggi intorno alla materia di cui sto scrivendo, che siano le coincidenze o la meccanica celeste o la morte. Tuttavia Malinverno, essendo un libro che parla di tanti libri, è necessariamente il punto d’arrivo del mio essere lettore: è stato gratificante scrivere una storia nella quale inserire i miei libri preferiti, le storie che mi porto dentro da una vita, i personaggi amati, e su tutti i miei feticci, Madame Bovary e Don Chisciotte.

Vedrebbe il suo lavoro al cinema e se sì con quali regista e attori?

Sono un appassionato cinefilo, per cui vedere le mie storie diventare film sarebbe la realizzazione d’un desiderio. Trattandosi di una domanda giocosa, stiamo al gioco. Se dovessi fare alcuni nomi di registi congeniali, dire Kim Ki-Duc per il Breve trattato sulle coincidenze, Win Wenders per gli Appunti di meccanica celeste, Paolo Sorrentino per Malinverno. Scegliere gli attori è più difficile: non riesco mai ad immaginare il volto dei miei personaggi, neanche quando ne scrivo, per cui sarebbe per me quasi impossibile dargli una sembianza. Diciamo che Luigi Lo Cascio o Stefano Dionisi sarebbero perfetti sia per il postino di Breve Trattato che per Malinverno.

Come è cambiata la sua scrittura e quanto invece hai mantenuto nel tempo rispetto agli esordi?

Sfogliando i miei tre romanzi, non ho l’impressione che la scrittura abbia subito grossi mutamenti. Eccetto il dato macroscopico dell’abbandono, in Malinverno, del registro dialettale che aveva caratterizzato i primi due, mi sembra che il linguaggio mantenga sempre una sua caratteristica generale pur nelle minime sfumature diverse tra la patina scientifica degli Appunti e quella letteraria di Malinverno, ma trattasi appunto di minimi adattamenti che non intaccano il tono generale della lingua.

In quale personaggio si riconosce e come vede il futuro del libro e della parola e della comunicazione?

Malinverno è un personaggio molto simile a me per l’importanza ch’egli dà alla vita immaginaria e per il suo rapporto con i libri. Il libro è la porta d’accesso a una vita diversa, non ci permette solo, come scrivono molti, di vivere tante altre vite, ma soprattutto di vivere la vita che ci è stata affidata con la maggiore consapevolezza possibile. Maliverno è un personaggio di fantasia che poi ha trovato un suo alter ego nella realtà, così come è accaduto ad altri personaggi del romanzo, per cui alla fine io davvero mi trovo a vivere l’incanto di Astolfo e non sapere più, di questa storia, cosa sia reale e cosa immaginario.

Dara presenta il romanzo sabato  26 settembre  alle 13 al lido del Segrino in via Panigatti a Eupilio In collaborazione con la libreria Torriani di Canzo e alle 1730 alla libreria Colombre di via Plinio 27 a Erba.

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