Don Agostino: «Sono stato sfiduciato e ho perso fiducia»

L’ex direttore del “Settimanale della Diocesi” racconta la sua verità
Il giorno dopo aver firmato l’ultimo numero del “Settimanale della Diocesi di Como”, don Agostino Clerici non nasconde la sua amarezza.
Per dodici anni è stato direttore responsabile del giornale di cui in precedenza era vicedirettore e, prima ancora, semplice collaboratore fin da quando studiava in seminario.
In tutto, 25 anni di presenza nel periodico della Chiesa comasca.
Oggi, nel suo ultimo editoriale, il 52enne parroco di Ponzate racconta un finale che non aveva previsto

. «Confesso che avrei voluto scriverlo con altro stato d’animo – scrive – Mi sento dentro tanta amarezza, ormai da un mese a questa parte, da quando il vescovo (monsignor Diego Coletti, ndr) mi ha chiesto perentoriamente di cessare di firmare il giornale come direttore responsabile dalla prima domenica d’Avvento».
Com’è venuta questa decisione?
«Mi è stata comunicata dal vescovo lo scorso 12 ottobre. Ho obbedito senza domandare alcun chiarimento, confidando che avesse in mente il mio successore. Nei mesi precedenti lo stesso vescovo mi aveva contattato per propormi nuovi incarichi pastorali, mantenendo però anche la direzione del “Settimanale”. Io ho sempre risposto che sarebbe stato troppo gravoso assumere la guida di una nuova e più popolosa parrocchia e mantenere il giornale, in cui redigevo anche personalmente sette pagine ogni numero. Ho anche obiettato che questo non mi sembrava affatto il momento più idoneo per un cambio. Facciamo un giornale di 36 pagine con 3 redattori, che dallo scorso mese di luglio al prossimo gennaio sono ridotti a due per una maternità».
Lei non pensava alla possibilità di un avvicendamento?
«Fin dal mese di settembre, a fronte della richiesta di un maggiore impegno pastorale, avevo dato la mia disponibilità a un avvicendamento che fosse però rispettoso anche dei ritmi e della natura del giornale. Si trattava di individuare una persona idonea e affiancarla per un tempo congruo, così che prendesse dimestichezza con il lavoro redazionale. Così tutto sarebbe avvenuto nel modo più naturale».
A cosa prelude il cambiamento?
«Credo che il vescovo voglia avere più autorità sul giornale, tant’è che ha messo a guidarlo un vicario episcopale. Questo è legittimo, ma dev’essere chiaro. Occorre poi – l’ho scritto in prima pagina e l’ho detto anche ai miei redattori – fare attenzione a strani progetti che serpeggiano, e che vorrebbero ridurre il “Settimanale”, giornale della gente e del territorio, a un semplice bollettino pastorale. Questa tentazione c’è».
Visto il carattere repentino dell’avvicendamento, lei ha qualcosa da rimproverarsi?
«Alcuni miei interventi non sono stati graditi, ne ho certezza, e questo forse ha portato all’urgenza di una sostituzione. Credo comunque di poter dire che sul “Settimanale” c’è sempre stato spazio per tutti e la pluralità delle voci e delle opinioni non è mancata».
Adesso farà il parroco a tempo pieno?
«Sì, ho vissuto otto anni molto impegnativi, da parroco e da direttore al tempo stesso, con due fronti sempre aperti. Ho chiesto al vescovo di poter restare a Ponzate almeno fino a dopo l’estate 2012, per concludere anche l’anno pastorale. Penso che le comunità parrocchiali, anche quelle piccole, abbiano diritto a un rispetto del lavoro pastorale che svolgono e quindi a non vedersi cambiare il parroco in qualunque momento dell’anno, come purtroppo accade. Il vescovo mi ha detto di sì».
Nel comunicato della Cooperativa editrice del “Settimanale” si fa riferimento a due figure che, di fatto, dovrebbero sostituire la sua funzione. Si annuncia infatti che il prossimo numero del giornale sarà firmato dal giornalista Alberto Campoleoni “con la direzione redazionale di mons. Angelo Riva”.
«Questo avviene perché la persona che doveva sostituirmi non c’era. L’avvicendamento non è stato discusso con il consiglio di amministrazione della Cooperativa Editrice che, da statuto, “nomina il direttore, sentito il vescovo”. Il 14 ottobre, il cda ha avuto da me la comunicazione. Ho ancora davanti agli occhi i volti sconcertati dei membri del consiglio, anche perché da quel momento avevano un mese di tempo per trovare una soluzione. Non so bene che cosa sia successo da lì in avanti. L’incontro del cda con il vescovo, che doveva essere immediato, si è svolto soltanto l’11 novembre. Mi è stato riferito che in quell’occasione è stata avanzata una proposta un po’ particolare: un “direttore redazionale” (credo che questo significhi che coordinerà la redazione) nella persona di mons. Angelo Riva, e un giornalista bergamasco, Alberto Campoleoni, che presterà la sua firma legale presso il Tribunale».
Sembra di capire che questa soluzione non sia da lei giudicata soddisfacente. Nel suo editoriale di addio, scrive infatti che il comunicato della Cooperativa editrice “è così laconico che dimentica di spiegare alcuni aspetti della vicenda, che invece i lettori avrebbero il diritto di conoscere. Uno su tutti: come mai si annunciano ben due direttori dal prossimo numero?”. E prosegue: “Mi dispiace che l’Editore abbia deciso di stendere un velo di silenzio. Ma non sarò io in questa sede a spiegare decisioni che non ho contribuito a prendere”.
«Certo, naturalmente non ho nulla da ridire sulle persone in quanto tali. Osservo però che monsignor Riva ricopre già diversi incarichi: è tra l’altro membro del cda del “Settimanale”, del consiglio episcopale, direttore dell’Ufficio diocesano delle comunicazioni sociali, docente di teologia morale al Seminario diocesano? Riconosco senz’altro le sue capacità in molti settori; non ha però nel suo passato esperienza diretta nel campo del giornalismo, e non è iscritto all’Albo. Ecco perché si è dovuto ricorrere alla firma di Alberto Campoleoni, giornalista che lavora presso la redazione dell’“Eco di Bergamo”. Di fatto, il “Settimanale” si troverà improvvisamente diretto da chi presta una firma, presumibilmente restando a Bergamo, e da un “direttore redazionale” privo di esperienza diretta. Penso che una soluzione di questo tipo non offra garanzie adeguate per il futuro del giornale. I redattori, che ho incontrato la settimana scorsa, si sono detti giustamente molto preoccupati per la mole di lavoro che li aspetta».
È per questo che lei chiude il suo editoriale scrivendo: “Sono stato sfiduciato, ma ho pure perso fiducia. Spero non irrimediabilmente”?
«La perdita di fiducia nasce non soltanto dal modo in cui io sono stato trattato, ma dalla improvvisazione di questa scelta. Improvvisazione che, purtroppo, negli ultimi tempi, non è uno stile isolato nella gestione della Diocesi. Capisco che il momento non è facile, che c’è un’oggettiva difficoltà data dalla carenza di preti, ma talvolta si ha l’impressione che si agisca con spirito e modalità aziendali e non ecclesiali. L’amarezza che provo io la sentono anche altri miei confratelli e molti laici. C’è un disagio profondo nella Diocesi per un modo di procedere che dimostra in tante occasioni una mancanza di umanità. Io trovo il coraggio di dirlo con franchezza, ed è ciò che in questo momento mi porta ad aver perso la fiducia».
Tra i motivi di amarezza messi nero su bianco sul giornale della Diocesi lei cita anche il fatto “che mi sia stato scritto che la decisione di sfiduciarmi è stata presa per fare una cosa utile per il rilancio del “Settimanale”.
«Credevo di aver contribuito anch’io al rilancio. Abbiamo in atto un rinnovamento grafico non del tutto compiuto perché aspettavamo di poter realizzare la stampa in colore di tutte le pagine; abbiamo in corso il progetto del sito Internet, da inserire nel più generale nuovo sito diocesano?».
Lei definisce “aziendale” il comunicato della Cooperativa editrice. In che senso?
«Sono molto amareggiato per il comportamento del cda, che sulle prime mi aveva espresso solidarietà sentendosi scavalcato e messo in difficoltà. Mi amareggia che si lascino i lettori senza una spiegazione adeguata di questa scelta e senza rendere evidente la frenetica rincorsa dell’ultimo mese per cercare di riparare ad una decisione affrettata».

Marco Guggiari

Nella foto:
Don Agostino Clerici, ormai ex direttore del “Settimanale”

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