Don Carlo, prete rimasto nel cuore di Ponte Chiasso

altMemorie lariane
di RENZO ROMANO

Il nostro vivere è occasione continua di incontri. Ombre fugaci che si perdono senza lasciare traccia, persone che invece lasciano il segno nel cuore e nella mente. Tra queste ultime, scolpito nel mio animo, don Carlo Ghielmetti, parroco di Ponte Chiasso dagli anni della guerra fino agli anni Sessanta. Magro, magrissimo, esile tuttavia imponente, il volto

scavato, uno sguardo intenso, il sorriso aperto, l’alone di santità che emana da ogni suo gesto.
Don Carlo sogna una chiesa da quando, vicario di Monte Olimpino, viene incaricato nel 1939 di occuparsi del quartiere di Ponte Chiasso. A Ponte Chiasso non c’è neppure una chiesa, la messa si celebra in un locale che prima di essere consacrato era un deposito merci. L’arredo, poverissimo, è dovuto al lascito di una chiesa di Chiasso. Un altare, alcuni banconi, sedie, un grande armadio trasformato in confessionale, una Madonnina.
La Madonnina bianca e celeste che oggi accoglie i fedeli nella “nuova” chiesa è la stessa di allora. Ogni volta che mi avviene di passare da Ponte Chiasso ritrovo in quella statua l’aria di quei tempi ormai lontanissimi, ne sento il profumo, ne respiro l’atmosfera. Mi commuovo. Sfilano nella mia memoria i ricordi, prepotenti, nitidi, con un carico di emozioni che sconvolge e avvolge cuore e ragione. L’oratorio è un salone disadorno. Un tavolo di legno scrostato con poche sedie, un tavolo da ping pong, su una parete un quadro con il ritratto di De Gasperi.
La domenica pomeriggio, al termine dei vespri, c’è l’adunanza. Don Carlo ci parla di don Bosco, il fondatore degli oratori, legge e ci fa leggere il “Vittorioso”. La preghiera finale e poi finalmente tutti a giocare a ping pong. Il tavolo è scassato e traballante, la rete è un miracolo di equilibrio instabile, le racchette di legno disastrate. Per coinvolgere tutti si gioca “a girare”. Ci si dispone attorno al tavolo e si gira attorno ad esso colpendo la pallina al proprio turno. Chi sbaglia è eliminato. Avanti così fino a quando rimangono solo due giocatori. A questo punto i due sopravvissuti disputano una vera e propria partita al dodici. Il vincitore è il campione di quella domenica, il suo nome viene scritto da don Carlo in persona sul calendario. Mi concedo un gesto di immodestia. Io sono il più bravo, a ping pong non ho rivali, parola!
Il desiderio di don Carlo di avere una chiesa, una vera chiesa, nel quartiere lo induce ad una vita di totale povertà. Un appartamento disadorno, i pasti frugali, il digiuno, sono il suo credo. La messa domenicale celebrata da lui è sussurrata, sofferta, sentita. Prevale il silenzio, le sue prediche sono brevi, concilianti seppure severe.
La mitezza di don Carlo contrasta con l’irruenza, l’ardore, i toni alti di padre Pigato che ogni domenica celebra la messa delle 10.30. Padre Pigato, latinista di fama internazionale, prete alpino nella campagna di Russia, mette nelle sue prediche il cuore e la voce tonante. Due modi diversi, egualmente efficaci, di regalare speranze alla gente dopo le sofferenze, le miserie e i lutti della guerra.
La messa in quel salone sempre pieno, le vere e proprie acrobazie del sacrista per raccogliere le offerte grazie a un lungo bastone in fondo al quale è attaccato un piccolo contenitore nel quale i fedeli depongono il loro obolo.
Don Carlo è nel cuore degli abitanti del quartiere. Nessuno ha dimenticato il coraggio e la determinazione che ha dimostrato nei giorni di paura e di confusione dopo la caduta del regime fascista. È il 28 aprile, a Ponte Chiasso la notizia della morte di Mussolini induce alla resa le formazioni fasciste ancora esistenti nella zona. Il timore di vendette e la paura portano un gruppo di militi della guarda nazionale repubblicana a non cedere le armi e a trincerarsi nella caserma dei carabinieri nella zona Albarelli, appena fuori Ponte Chiasso alle pendici della Maiocca. La caserma viene circondata dai partigiani, la tensione è altissima, lo scontro armato sembra inevitabile. Ma don Carlo compie il miracolo. Grazie alla sua mediazione i fascisti si arrendono e si evita così uno spargimento di sangue.
Sono queste, narrate, solo tracce dei sentimenti di affetto, riconoscenza e commozione che don Carlo suscita in coloro che l’hanno conosciuto. Questi sentimenti rivivo ogni volta che lo “rivedo” nel busto marmoreo che lo ricorda all’ingresso della “sua” nuova chiesa di Ponte Chiasso Ieri l’ho incontrato dopo tanto tempo. Mi ha riconosciuto, mi ha sorriso, mi ha accompagnato con lo sguardo verso la “vecchia” Madonnina bianca e celeste a sinistra dell’altare…

Renzo romano

Nella foto:
Don Carlo Ghielmetti durante una celebrazione in una fotografia tratta dal periodico “Puntesel” di Ponte Chiasso del 6 ottobre 2001

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