Dopo l’uccisione di Osama, la paura della vendetta

Il dariosauro
di Dario Campione

All’indomani dell’attentato dell’11 settembre 2001, il filosofo francese Jean Baudrillard definì il crollo delle Twin Towers di New York «l’evento simbolico massimo». Tutto il mondo aveva assistito in diretta tv a un avvenimento imprevedibile e, insieme, angosciante. Fiducia e sicurezza sono tra le caratteristiche essenziali dell’esperienza della modernità, hanno la funzione di ridurre, o neutralizzare, rischio e pericolo. L’ipotesi (diventata improvvisamente realtà) che un gruppo di terroristi

potesse giungere con estrema facilità nel cuore dell’Occidente era stata destabilizzante.
Il sistema sociale e ipertecnologico dominante si era scoperto vulnerabile e inerme. L’ascetismo sacrificale di uomini che avevano deciso di donarsi al loro Dio uccidendo migliaia di persone inermi si rivelava incomprensibile alla razionalità occidentale. In quel momento veniva segnata una linea di confine ideologica non più superabile.
La morte di Osama bin Laden, l’annuncio del presidente degli Stati Uniti, la gioia degli americani sono il controevento, altrettanto simbolico, dell’11 settembre. Una rivincita, anche se dal sapore amaro, ottenuta nel ricordo di troppe vittime innocenti. Come ha detto Barack Obama, «Ora abbiamo giustizia per le lacrime dei figli e il dolore dei genitori. Questa sera ci viene ricordato ancora una volta che l’America può fare qualsiasi cosa si proponga. È la storia della nostra storia». Giustizia, quindi. E paura. Paura di una vendetta. Paura che l’estremismo possa risvegliarsi, tornare a colpire. Di questo parliamo stasera, in diretta su Etv, a partire dalle 20.30. Tentando di capire se davvero la fine di bin Laden possa essere l’inizio di un mondo nuovo.

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