Drammatica telefonata prima di morire: «Vienimi a prendere»

altSandrini, già ferito, sarebbe riuscito a contattare con il cellulare un amico prima di perdere i sensi

«Ciao, sono Alfredo: ti prego, vienimi a prendere». Poche parole, confuse, pronunciate a fatica.
Sono quelle che Alfredo Sandrini, 40anni di Sorico, appena ferito a morte da colpi di arma da fuoco esplosi alla schiena mentre rincasava in sella alla sua bicicletta (intorno alle 22), avrebbe rivolto a un amico in una disperata richiesta di aiuto.
È questo l’inatteso sviluppo dell’inchiesta sull’omicidio della pista ciclabile che corre tra Domaso e Gera Lario.
Contrariamente a

quanto si pensava in un primo momento, infatti, la vittima (che aveva con sé il telefono cellulare) è riuscita a parlare con qualcuno chiedendo aiuto.
Sarebbe questa anche la spiegazione della chiazza di sangue più ampia delle altre trovata dagli inquirenti lungo la pista e a 200 metri circa dal punto in cui poi il 40enne è stato visto da una donna che ha chiamato il 118 (siamo a 600 metri circa dal punto di inizio delle goccioline di sangue). La ricostruzione dell’accaduto, giorno dopo giorno, è sempre più fedele e puntuale e molte cose che in un primo momento sembravano inspiegabili trovano ora quantomeno una giustificazione plausibile.
Come il fatto del perché Alfredo Sandrini non abbia riferito subito di essere stato vittima di quei colpi di arma da fuoco.
Forse, essendo stato colpito di spalle, l’uomo potrebbe non aver nemmeno fatto in tempo a rendersi conto di ciò che stava avvenendo in quanto il killer, probabilmente, era nascosto dietro un anfratto o un cespuglio della pista ciclabile. Per poi far esplodere i colpi, quattro, una volta che il 40enne era già passato.
Così, procedendo lungo la pista che da Domaso conduce a Gera Lario, Sandrini prima potrebbe essersi sentito in difficoltà per le fitte alla schiena. Poi, accortosi delle ferite e del sangue, avrebbe chiesto disperatamente aiuto all’amico fermandosi per telefonare: «Vienimi a prendere».
Poche faticose parole, quando ormai la vittima era in stato confusionale. Tanto che l’amico stesso non si sarebbe reso conto del motivo reale della chiamata, capendo poco anche di quanto gli veniva detto. In quel punto, il 40enne potrebbe anche essersi seduto un attimo per controllare le ferite e riprendere fiato. E questo spiegherebbe la chiazza di sangue più abbondante delle altre rinvenute nei precedenti 600 metri. Poi, Sandrini sarebbe risalito in bicicletta fermandosi di nuovo 200 metri più avanti, a 800 dal punto in cui aveva iniziato a sanguinare e forse a quasi un chilometro dal luogo dell’agguato. Già, agguato, perché ormai non ci sarebbero più molti dubbi in merito a questa pista. Ma chi poteva volere una simile fine per il 40enne di Sorico? Il movente del delitto rimane la montagna più difficile da scalare, anche per le modalità non certo da professionista di chi ha commesso l’omicidio.
Intanto, il medico legale dell’ospedale Sant’Anna ha eseguito l’autopsia sul corpo della vittima. I risultati sono tenuti strettamente riservati dalla Procura di Como e dai carabinieri che stanno indagando sul delitto.
Non si conosce, ad esempio, la distanza del killer dalla vittima, e nemmeno in via definitiva se sia stata utilizzata una pistola oppure un fucile. Rimane la certezza del calibro 22 (almeno un proiettile è stato recuperato negli indumenti del 40enne) mentre i colpi esplosi sarebbero quattro. Tutti, come detto, esplosi alle spalle di Sandrini mentre pedalava ricurvo sulla bicicletta. Motivo per cui, tra l’altro, la parte del corpo interessata sarebbe quella della bassa schiena.

Mauro Peverelli

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