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Due anni di “Refugees Welcome” sul Lario

Olivia Piro: «Creare opportunità di conoscenza è l’unico modo per vivere in pace e sconfiggere la paura»

«Quando sono in crisi mi chiamano, mi mandano messaggi, io rispondo perché so che a volte basta solo una parola per tranquillizzarli. Sono qui senza famiglia, hanno rischiato tutto, si sentono perduti e io per loro sono un appoggio, come posso sottrarmi?». No, non può sottrarsi Olivia Piro, per lei è una questione di logica, oltre che di cuore.Olivia Piro è tra le fondatrici della sezione comasca di “Refugees Welcome Italia”, un’associazione apolitica, costituita nel 2015, riconosciuta come Onlus, parte del network europeo fondato a Berlino nel 2014 e attivo in 15 Paesi. Lo scopo è trovare una famiglia in cui collocare, per almeno sei mesi, chi ha lo status di rifugiato per poi renderlo autonomo. A due anni di distanza dalla nascita di “Refugees Welcome” a Como, con Olivia Piro tracciamo un bilancio.«Eravamo un gruppo di volontari che uscivano dall’emergenza migranti alla stazione di San Giovanni, visto che le energie messe in campo rischiavano di disperdersi, abbiamo fatto formazione per costituire “Refugees Welcome”».La difficoltà maggiori?«Reperire le famiglie disposte ad accogliere. La procedura prevede che ci si registri sulla piattaforma per incrociare i dati di chi cerca e di chi dà ospitalità. Noi abbiamo scelto una strategia diversa. Siamo partiti dai centri di accoglienza di Como che ci segnalavano i casi. Poi per strada intercettavamo giovani che potevano rientrare nel progetto».Chi sono gli utenti di Refugees Welcome?«Solo ed esclusivamente persone a cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Hanno tutti una qualche forma di protezione e sono in regola con i documenti».Quante persone avete seguito finora?«In tutto abbiamo avuto in carico 20 persone. In 9 sono stati collocati. Provengono da Mali, Somalia ed Eritrea, poi c’è un 22enne pakistano che a settembre si iscriverà all’università per diventare mediatore culturale».Come li aiuta?«Li conosco, entro con loro in un rapporto personale per scongiurare incomprensioni e scelte sbagliate. Questo anche dopo che sono stati collocati in una famiglia. Mi ritengo una sorta di facilitatore e di accompagnatore. Ormai sono i “miei” ragazzi, sono accanto a loro per gli studi, il lavoro, per trovare la casa, impresa questa quasi impossibile. Quando telefono per l’affitto e spiego che si tratta di ragazzi rifugiati mi sento opporre netti rifiuti».Come vi finanziate?«Siamo tutti volontari. I progetti che hanno finanziamenti richiedono espressamente la collaborazione con i Comuni. A oggi numerose città li hanno attivati, tranne Como. Possiamo quindi muoverci per piccole raccolte fondi tramite aperitivi solidali, cene, incontri. Con i soldi raccolti contribuiamo a piccole spese, per esempio l’abbonamento all’autobus, i corsi di formazione al lavoro, piccole spese mediche».Di cosa è soddisfatta?«Per quattro di questi giovani abbiamo attivato con l’Anpal un progetto di tirocinio in azienda a costo zero. Alcune imprese del territorio formano questi ragazzi. Una volta terminato il tirocinio gratuito c’è la possibilità di avere un contratto».Vi contestano che non tutti siano realmente rifugiati.«Lo so, ma è una visione fuorviante. Io sono molto realistica, questi ragazzi sono qui, ormai. Quello che abbiamo constatato è che più tempo passano per strada più diventa difficile il recupero e il rispetto della regole, sono destinati a bighellonare per strada, a essere reclutati dagli spacciatori, a diventare tossicodipendenti. Noi pensiamo a quelli che sono qui. Hanno un progetto di vita, dei sogni come tutti gli esseri umani, desiderano solo migliorare le proprie condizioni di vita, imparare un lavoro».Cosa si augura per il futuro?«Spero che ci sia una visione politica più ampia e più collaborazione con l’Europa. Non possiamo fingere che non ci siano e creare opportunità di conoscenza è l’unico modo per vivere in pace, per sconfiggere paura e generalizzazioni».

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