Due mesi dopo il coraggio di raccontare: «Ecco come ci siamo salvati»

Gli sfollati: «Non abbiamo i soldi per rimettere a posto la nostra casa»
Da due giorni ha una nuova casa. O meglio, un appartamento a sua disposizione, in affitto. Perché la sua casa è, e resterà per sempre, quella di famiglia, costruita nell’800 dal bisnonno e poi passata di padre in figlio.
Un edificio di tre piani affacciato direttamente sul lago. Una struttura da sogno che il 7 luglio scorso un fiume di fango, acqua e detriti ha trasformato in un ammasso disordinato di macerie.
Lei, Francesca Canzani, 77 anni, si è salvata per miracolo. «Come va, signora?», le chiedono di continuo. E Francesca sospira, posa gli occhi sulla sua casa, trattiene le lacrime e risponde: «Va».
«Va», una sillaba che per lei è diventata un ritornello. Lo dice a sé stessa, prima ancora che agli altri. Dopo essere uscita illesa dalle rovine della sua casa, Francesca è stata ospitata dalla sorella, sempre a Brienno. Fin dal primo giorno, però, ha detto che avrebbe cercato una nuova abitazione, che non avrebbe rinunciato alla sua indipendenza.
Lunedì scorso il suo desiderio è stato esaudito. «Mi hanno messo a disposizione un appartamento in affitto sempre qui in paese – dice la pensionata – Cosa devo dire? Mi devo rassegnare all’idea che nella mia casa non tornerò più, che passerò in un’altra abitazione il resto dei miei giorni. Non è facile, sono nata in quella casa, è la casa della mia famiglia. Ora dovrà essere abbattuta ma non so neppure quando. Anche questo ha un costo e per ora di soldi non ce ne sono. Oltre al danno, la beffa. Devo pure pagare di tasca mia per abbattere quel che resta della casa di una vita intera».
Francesca ha perso tutto. «Mi hanno recuperato qualche oggetto dalla cucina, ma proprio poche cose – dice – Tutto il resto è andato distrutto o comunque non si può prendere perché è troppo pericoloso andare a cercare tra le macerie».
L’unica cosa che la fa sorridere è il pensiero del suo gatto, dato per morto ma riemerso dai detriti due giorni dopo la frana. «Lui sta bene – conferma con un sorriso l’anziana pensionata – Il gatto è l’unico che sembra non essersi accorto di nulla. Ci sono io, e questo gli basta, anche se non siamo più nella nostra casa».
Chi invece nella sua abitazione vorrebbe tornare al più presto è Sergio Obert, che con la moglie Silvana e il figlio Maurizio è tra gli sfollati di quella maledetta sera di luglio. La casa di famiglia è al momento inagibile: il tetto è danneggiato, manca il gas e l’impianto di riscaldamento è fuori uso. Al momento, i tre vivono in un appartamento a pochi metri dalla loro abitazione, messo loro a disposizione dalla proprietaria, che risiede fuori paese.
«Ovviamente siamo grati a chi ci ha dato la possibilità di entrare in questo appartamento – dice Silvana – Si tratta però di una casa di villeggiatura, che non è attrezzata per la stagione fredda. Noi vorremmo tornare a casa nostra ma purtroppo la sistemazione costa e i soldi non ci sono. Non cerchiamo la carità ma soltanto l’aiuto che credo ci spetti per rientrare in casa nostra. Adesso abbiamo ordinato il legname per rifare il tetto, ma poi senza ulteriori risorse non possiamo andare avanti».
E per la prima volta dal giorno della frana parla anche Maria Cleofe Bianchi.
La donna abita proprio sopra gli Obert e la sera della frana era in casa con la sorella, il fratello disabile e il nipotino di due anni. A distanza di due mesi trova la forza di raccontare come ha vissuto quei drammatici istanti.
«Il temporale era sempre più forte e mi sono accorta che dalla porta-finestra del bagno entrava acqua – racconta Maria – Ho chiesto a mia sorella di aiutarmi con qualche straccio per asciugare. In quel momento abbiamo sentito un rumore fortissimo. Abbiamo guardato fuori e dalla montagna precipitavano sassi e fango. Mia sorella istintivamente ha preso in braccio il bambino ed è uscita per scappare. Le ho urlato di fermarsi, ormai era impossibile uscire. Ci siamo accovacciati a terra in cucina e abbiamo pregato che Dio ce la mandasse buona».
La voce di Maria Cleofe trema ancora, a distanza di due mesi. «Non ho mai trovato la forza di raccontare quegli istanti, mi viene ancora la pelle d’oca a ripensarci – dice – Mentre eravamo immobili in cucina abbiamo visto un fiume di sassi e fango. Quando è finito tutto non potevamo più uscire di casa, eravamo bloccati. I telefoni non funzionavano e i nostri familiari erano disperati, pensavano che fossimo tutti morti. Per le tre notti successive non sono riuscita a chiudere gli occhi. Ci siamo trasferiti da amici per una settimana perché in casa c’era fango ovunque e non si poteva stare – dice ancora la donna – Ci riteniamo comunque fortunati, la nostra abitazione è salva ed è agibile. Abbiamo davvero avuto paura, ancora adesso quando piove forte mi metto alla finestra a scrutare il cielo e la montagna. Abbiamo davvero rischiato».
L’appartamento di Maria Cleofe Bianchi è al secondo piano. Sulle persiane della finestra della cucina però sono ancora ben visibili i segni del passaggio del fiume di fango che ha distrutto l’antico ponte romanico e travolto l’abitazione dei vicini, gli Obert, prima di abbattersi rovinosamente sull’edificio a lago, la casa di Francesca Canzani.
«Sembra incredibile ma il fango è arrivato fino a questa altezza – sospira Maria – Siamo davvero salvi per miracolo». Nelle ore successive a quelle devastanti frane, l’intera comunità di Brienno ha mostrato immediatamente una straordinaria voglia di darsi da fare per ripartire e ricostruire. A distanza di oltre due mesi, quel sentimento è rimasto, ma è senza dubbio indebolito dalle scarse risposte delle istituzioni.
«Non ci hanno neppure riconosciuto lo stato di calamità – ripetono tutti, a partire dagli sfollati – Ma guardate, come si fa a dire che questa non è una calamità? Doveva per forza scapparci il morto perché si accorgessero di Brienno? Qui abbiamo bisogno di aiuti concreti. Ci spettano, credo sia evidente a chiunque».

Anna Campaniello

Nella foto:
Francesca Canzani davanti alla sua casa di Brienno completamente distrutta dalla frana. Si è salvata rifugiandosi in uno stanzino (Mv)

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