Dylan, primo inedito a otto anni dall’ultimo disco. Nel 2004 fu a Villa Erba

Bob Dylan

Come un lampo in una delle notti più buie di questo marzo che non dimenticheremo mai, è arrivata una nuova canzone di Bob Dylan.
Una luce accompagnata da un tuono lungo diciassette minuti. Ma facciamo un lungo passo indietro, fino al 22 novembre del 1963. Quella sera Dylan è sul palco per un concerto: il suo show inizia con The Times They Are A-Changin’, i tempi stanno cambiando, la canzone che di lì a qualche mese darà il titolo al suo terzo epocale album.
È un inno di speranza per un paese che stava provando a cambiare anche grazie a John Fitzgerald Kennedy. Una speranza interrotta dal peggiore degli incubi: poche ora prima del concerto il presidente degli Stati Uniti viene assassinato a Dallas, in Texas. Dylan non dice nulla, canta ugualmente, ma è cosciente che nulla cambierà più. Quasi sessant’anni più tardi, mentre le nostre vite stanno invece cambiando per sempre, minacciate da un virus che sta annichilendo il mondo intero, Dylan ci offre una nuova canzone, non accadeva dai tempi di Tempest, da 8 anni. Lo fa annunciandolo attraverso il social più apprezzato dagli artisti, Instagram: «Saluti ai miei fan e a chi mi segue, con gratitudine per il loro sostegno e la fedeltà lungo gli anni. Questa è una canzone mai pubblicata registrata qualche tempo fa che potreste trovare interessante. State al sicuro, osservate le disposizioni (di sicurezza) e che Dio sia con voi».
Il brano in questione si intitola Murder Most Foul (L’omicidio più disgustoso) e si mette subito sul petto la medaglia di canzone più lunga di Dylan: lui che in quanto a durata delle sue composizioni non aveva mai scherzato, a memoria Hurricane è uno dei singoli più lunghi mai trasmessi dalle radio, ma erano poco più di otto minuti.
Qui, come detto, andiamo oltre il quarto d’ora sfiorando i diciassette minuti, praticamente due “uragani” di fila. Forse tanti per un cantante ma non per un poeta con un Nobel per la letteratura sulle spalle.
Murder Most Foul è un brano asciutto, con la voce di Dylan più pulita del solito ma non meno commovente, profonda e sofferta.
Attraverso l’omicidio di Kennedy, Dylan ripercorre la storia degli anni ’60. E lo fa toccando il cuore con un tocco emotivo a metà strada tra l’ultimo Johnny Cash e il più recente Nick Cave.
Il suo lamento è il nostro, le sue parole sono l’acqua di un fiume che scorre lento come la pellicola di un film che racconta un sogno infranto.
Riviverlo oggi, mentre le nostre vite sono sospese, fa ancora più male. Persino quel giorno in cui Dylan portò sul Lago di Como, a Villa Erba, il suo Neverending Tour sembra lontanissimo, appare come un ricordo di una bella estate di musica che invece il 2020 non ci porterà. Eppure era solo il 3 luglio del 2004, due anni prima che Dylan pubblicasse Modern Times. Tempi così moderni che oggi ci hanno colto totalmente impreparati.
Maurizio Pratelli

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