Cronaca

È emergenza educativa non abbassiamo la guardia

La cultura del vuoto assoluto
Volevano mandare in fumo un po’ di cellule cerebrali che, con qualche modello positivo in più,  avrebbero potuto impegnare in ben altri “viaggi” della mente. Magari con  colonne sonore meno ossessive. Ma per ora sono in fumo i loro progetti. Il pattugliamento ha dato buoni frutti.  Rimane, però, l’amaro in bocca. Lo rifaranno, incitati dall’adrenalina naturale che sostituisce le amfetamine nel sistema circolatorio, grazie alla sfida a muso duro con le  forze dell’ordine. Se non loro, lo rifaranno altri emulatori. E l’amaro non è solo per essere  sfiorati da eventi che altrove sono  normali: è nel constatare che altri giovani, che pure usano Facebook, spendono le stesse energie  desiderose di rivolta, dalla Tunisia all’Egitto, per rivendicare la libertà di sognare diritti e futuro. Nel suo piccolo, intanto, il Lario non è più terra vergine per i rave, ma di conquista. La frontiera è più che mai permeabile: i ravers possono

arrivare da varie parti d’Italia,  molti ne possono scendere dal Centro Europa dei raduni che annoiano perché ormai tollerati. Data la fama di area ancora tranquilla, se non narcotizzata perché priva di vivacità, devota al “fare” e ai “dané”, il Lario rischia il poco invidiabile privilegio di ospitare ben più pericolose narcosi.  Dopo Cantù e Turate,  tocca a  Drezzo il ruolo di ricettacolo involontario di sballi   su larga scala.  Chi pensa a episodi marginali non tiene conto dei retroscena. I rave sono film horror divenuti reali, dove  un ragazzo che voglia annichilirsi trova di che accontentarsi. Nell’aprile  2008 una festa nei boschi di Fecchio finì in Procura con oltre 20 indagati. Nel 2009,    600 giovani hanno ballato  techno  annichiliti dall’alcol in un capannone  di Turate. La mattina, qualche giovane zombie ancora ciondolava. Un blitz dei carabinieri nel 2010 ha impedito   il bis.  In ballo non c’è solo una galassia di rumore e droghe che devastano. Il rave è uno dei modi in cui la cultura del vuoto assoluto – il nichilismo divenuto da  filosofia  chic assenza totale di valori e di regole, alimentata  dalla mancanza di prospettive, di posti di lavoro e di esempi virtuosi – trova la sua espressione tanto più ottusa quanto più grigia e gridata: ci si crede unici non perché vivi, ma  perché privi di limiti in un mondo che comprime e soffoca. Il risultato è un contrappasso dantesco: tutti ugualmente compressi e soffocati, ridotti a consumatori di prodotti che, dose dopo dose, nota dopo nota, consumano all’osso.   Ecco perché la guardia deve restare alta. Non aspettiamo  l’irreparabile per accorgerci di un’emergenza educativa di assoluta priorità.

Lorenzo Morandotti

29 gennaio 2011

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