Economia

Ecco dove finisce il denaro sporco delle “famiglie” insediate al Nord

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Non più soltanto riciclaggio

Perché le mafie investono nell’economia legale? La domanda potrebbe sembrare banale e rimandare alla risposta più ovvia, ovvero «occultare i proventi delle attività criminali attraverso il riciclaggio di denaro».
La lunga e approfondita ricerca di Transcrime ha il pregio di tentare di spazzare via qualche luogo comune. Oltre che fornire chiavi di lettura moderne e più coerenti con il contesto economico attuale.
Le mafie investono in attività

legali per molti motivi. Ad esempio, per «godere della profittabilità» di alcuni settori. «Molto spesso, infatti, le aziende non vengono utilizzate come mere “coperture” di attività illecite, ma costituiscono un’attività produttiva che garantisce un ritorno economico».
Vi sono poi motivi sociali e motivi strategici. Nel primo caso, «la criminalità organizzata, mediante l’investimento in attività legali, mira a massimizzare il proprio consenso sociale». Nel secondo caso, è in grado – immettendo denaro sporco in imprese apparentemente pulite – di esercitare un fortissimo «controllo del territorio, sia aumentando la propria influenza nelle aree a tradizionale presenza mafiosa sia estendendo» questa stessa influenza in nuove aree, in particolare nel Nord del Paese.
Tra i territori di conquista delle cosche, purtroppo, c’è anche il Lario.
Lo studio di Transcrime mette in evidenza in modo chiaro – traducendo i numeri e le statistiche in ordinate tabelle – come soprattutto la ’ndrangheta calabrese abbia messo radici nel Comasco.
Nella «rete» che i capibastone della Piana di Gioia Tauro hanno costruito fuori dai confini calabresi, sono comprese almeno «20 province: 9 province del Nord (Milano, Como, Varese, Monza e Brianza, Lecco, Brescia, Torino, La Spezia e Modena), 4 province del Centro (Roma, Arezzo, Pisa e Lucca) e 7 province del Sud (Napoli, Salerno, Caserta, Bari, Matera, Catania e Messina). Analizzando l’intensità delle relazioni – si legge ancora nella ricerca di Transcrime – le prime province non calabresi» per intensità mafiosa ’ndranghetista sono Milano, Roma, Arezzo e Como».
Un altro dato emerge con chiarezza dall’analisi condotta dagli studiosi dell’Università di Trento e della Cattolica di Milano: nessun settore economico può considerarsi immune da una possibile attività di infiltrazione mafiosa.
Anzi: i comparti produttivi più a rischio sono paradossalmente proprio quelli che caratterizzano i singoli territori.
Ad esempio, per il Lario, l’industria delle vacanze, «settore particolarmente lucrativo» che per queste ragioni diventa «interessante» agli occhi dei mafiosi.
Senza dimenticare un ultimo fattore di rischio tipicamente comasco, legato alla vicinanza della Svizzera, Paese-forziere che tuttora «svolge un ruolo chiave in Europa per il riciclaggio di denaro sporco».

10 Novembre 2013

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