Ecco perché la ’ndrangheta ha vinto (almeno per ora)

La strategia dell’inabissamento ha permesso alle cosche di diventare più forti
Strategia dell’inabissamento. Nuotare cioè al riparo dagli sguardi e senza smuovere l’acqua in superficie. Dopo il colpo micidiale ricevuto nel 1994 dagli arresti dell’operazione Fiori della Notte di San Vito, si poteva immaginare di aver eretto un muro solido contro le mafie e le infiltrazioni delle cosche al Nord. Così non è stato.
Anzi, come spiegano i magistrati, ci troviamo oggi di fronte non più all’espansione in territori diversi da quelli di origine, quanto piuttosto al «radicamento»
dei boss e della loro cultura criminale al Nord.
Le ragioni di questa sconfitta dello Stato sono ormai chiare. Descritte in molti libri e reportage giornalistici ma anche in documenti ufficiali: dalle sentenze dei processi alle corpose relazioni della commissione parlamentare antimafia.
LA COMMISSIONE DEL 1994
Il 13 gennaio 1994, nel corso dell’XI legislatura – la più breve della storia repubblicana, la legislatura di Tangentopoli – la commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia approvava la relazione sugli insediamenti e le infiltrazioni di organizzazioni di tipo mafioso in aree non tradizionali. Già allora in Lombardia la ‘ndrangheta era l’organizzazione più potente: lo dicevano le risultanze delle inchieste Wall Street e Nord-Sud (in pieno svolgimento in quei mesi) insieme alle successive, in particolare l’operazione Count Down dell’ottobre 1994 e, appunto, l’operazione Fiori della Notte di San Vito, con la quale venne disarticolato il clan Mazzaferro.
Fu un errore, probabilmente, immaginare che con queste operazioni fossero state eliminate le componenti militare di imponenti organizzazioni, dai soldati fino ai generali, e riconquistati dalle forze dello Stato territori fortemente condizionati dalle cosche: i Coco Trovato nel Lecchese, i Morabito-Palamara-Bruzzaniti e i Papalia-Barbaro-Trimboli nel Comasco e nell’Alto Milanese.
UNA STAGIONE SENZA EREDI
Da allora – scrive nel 2008 il presidente della commissione parlamentare antimafia in carica nella seconda legislatura breve della storia repubblicana, Francesco Forgione – nessun’altra indagine approfondita di impulso parlamentare si è occupata degli insediamenti mafiosi in Lombardia nonostante il Nord del Paese e Milano siano stati investiti da grandi processi di trasformazione economici e sociali, di deindustrializzazione di intere aree e periferie urbane e, in questi cambiamenti, le mafie abbiano riguadagnato silenziosamente ma progressivamente terreno». Le ‘ndrine sono state così in grado di recuperare il terreno perduto «grazie a una strategia operativa che ha evitato manifestazioni eclatanti di violenza, tali da attirare l’attenzione e divenire controproducenti, attuando piuttosto un’infiltrazione ambientale anonima e mimetica tale da destare minor allarme sociale e da far assumere alle cosche e ai loro capi le forme rassicuranti di gestori e imprenditori di attività economiche e finanziarie del tutto lecite».
La strategia di “inabissamento”, appunto, con le «cosche invisibili» che sono «riuscite a riprodursi nonostante i colpi loro inferti dalle grandi indagini degli anni ’90».
IL RAMMARICO DEL MAGISTRATO
Nel novembre 2007, parlando a un convegno milanese, Alberto Nobili – magistrato antimafia che aveva condotto gran parte delle inchieste citate prima – spiega le ragioni della “rivincita” delle cosche. «Tra il 1992 e il 1995 la Lombardia ha vissuto una stagione straordinaria di lotta alla mafia. Il bilancio di quegli anni è stato di 2.500 mafiosi catturati. Sono stati anni di grande entusiasmo ma anche di grande tristezza perché era un’energia che nasceva dal periodo delle stragi di Falcone e Borsellino».
Dice ancora Nobili: «Noi ci aspettavamo di continuare a colpire ancora, avevamo in mano il bandolo della matassa, la spinta di contrasto era forte, invece poi la situazione è mutata. Il fronte mafioso ha fatto a tavolino la scelta, ancora oggi attuale, di rendersi invisibile. In realtà la mafia è sempre stata invisibile ma ora è una invisibilità silenziosa: non si uccide più, non si fanno atti clamorosi, perché il clamore può provocare il contrasto delle istituzioni. La mafia fa questa scelta e porta avanti i suoi affari. D’altra parte lo Stato, il fronte istituzionale, invece di cogliere l’occasione e utilizzare le professionalità conseguite in quegli anni, si distrae e comincia a dedicare le sue energie ad altro. Si poteva approfittare di quei momenti storici straordinari in cui avevamo davvero creduto di poter assestare dei colpi definitivi, invece c’è stata una marcia indietro straordinaria. La mafia continua a giocare la carta del silenzio e dall’altra parte si cade nella trappola», conclude amaro Nobili.
LOMBARDIA TERRA DI MAFIA
Ma quali sono stati, in sintesi, i fattori che nel primo decennio del XXI secolo hanno giocato a vantaggio delle cosche operanti in Lombardia?
Ancora una volta, è la commissione parlamentare antimafia a mettere nero su bianco un’analisi confermata poi dalle ultime inchieste della magistratura milanese. Le ’ndrine si sono “salvate” e sono riuscite a rigenerarsi grazie alla «capacità di strutturazione familistica di tipo orizzontale». Ha pesato quindi «l’entrata in gioco di figli e familiari di capi-cosca arrestati e condannati all’ergastolo o a pene elevatissime a seguito dei processi degli anni ’90. In pratica ogni ’ndrina, da quella di Coco Trovato a quella di Antonio Papalia a quella dei Sergi, ha visto il formarsi, sotto la guida dei capi detenuti, di una nuova generazione» di ’ndranghetisti. Altro elemento chiave è stato il disinteresse dello Stato. «In un distretto come quello di Milano che comprende anche città con forte presenza mafiosa come Como, Lecco, Varese e Busto Arsizio, fino a poco tempo fa poco più di 200 uomini» erano impegnati nel contrasto alla malavita organizzata. Una sottovalutazione del problema che è stata pagata a carissimo prezzo.

Dario Campione

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