Ecco perché la ’ndrangheta si insedia nel Comasco

I magistrati: «Il Lario snodo strategico per riciclaggio e caccia agli appalti Expo»
Lo scenario aperto con i nuovi arresti dei componenti del clan Valle-Lampada aggiunge elementi nuovi a un quadro sin qui già piuttosto chiaro.
La ’ndrangheta è ormai “mafia locale” anche nella nostra regione. Non solo: si fa sempre più saldo il legame con la vicina Svizzera, snodo tecnicamente fondamentale per il passaggio di denaro sporco verso paradisi fiscali e centrali del riciclaggio.
«Siamo di fronte a un’organizzazione unitaria e ramificata tra Nord e Sud con collegamenti

e appoggi all’estero – ha detto chiaramente Ilda Boccassini, il magistrato della Dda milanese impegnata da anni in una guerra senza quartiere contro le cosche – Chi pensa a ’ndrine scollegate tra loro commette un grosso errore che non aiuta la lotta alla nuova ’ndrangheta», ha precisato il procuratore aggiunto antimafia.
Nel luglio 2010 la prima inchiesta sul clan Valle, contemporanea alla cosiddetta “operazione Infinito”, aveva chiarito come la struttura della criminalità organizzata calabrese fosse «unitaria e verticistica». Guerre di mafia erano state scatenate, anche e soprattutto al Nord, proprio per frenare le tendenze secessionistiche di boss e ’ndrine locali.
Il salto di qualità nelle investigazioni – se vogliamo, l’elemento chiave di tutta la vicenda recente – riguarda il coinvolgimento diretto della politica, la «zona grigia delle istituzioni» che lungo l’asse Reggio Calabria-Milano lavora in modo coerente per il raggiungimento degli interessi criminali dei clan (e per rafforzare il proprio consenso).
Il punto è che l’allarme lanciato dai magistrati si fa sempre più forte e, soprattutto, sempre più circostanziato. Il procuratore generale aggiunto di Reggio Calabria, Michele Prestipino, è stato molto esplicito: «Con le attuali modalità d’azione, Milano può diventare come Reggio Calabria. Dopo aver importato al Nord la propria struttura organizzativa, la ’ndrangheta riproduce anche il suo sistema di relazioni e connivenze. Per questo – ha ribadito il magistrato antimafia – Milano e la Lombardia possono diventare come Reggio e come la Calabria». Non ci sono più aree franche. Nessun territorio può immaginare di restare immune dalle infiltrazioni. Certamente non il Comasco, terra di frontiera e di passaggio verso la centrale del riciclaggio.
Non ci sono zone franche sul territorio e non ci sono nemmeno zone franche tra i ceti sociali. La «zona grigia» è sempre più ampia, complessa, articolata. E ricomprende, purtroppo, pezzi sempre più importanti dello Stato.
Le molte inchieste dimostrano come agli avvocati, ai commercialisti e ai tanti colletti bianchi contigui alle mafie si siano uniti, oggi, anche magistrati e uomini delle forze dell’ordine. Secondo Prestipino, che lo ha citato esplicitamente in conferenza stampa l’altro giorno, il legale comasco Vincenzo Minasi, arrestato mercoledì mattina nella sua abitazione di Fino Mornasco, «lavorava fianco a fianco con le famiglie di ’ndrangheta ma aveva, quale centro dei suoi interessi, Como e Lugano», città dalle quali spostava più facilmente i soldi delle cosche negli Stati Uniti.
E non solo. Dicono ancora i magistrati che l’attenzione dei clan verso la “periferia” lombarda – l’hinterland milanese, l’Alta Brianza, la Bassa Comasca – si spiega facilmente con la volontà delle ’ndrine di conquistare gli appalti di Expo 2015. «Per la ’ndrangheta – ha detto Paolo Storari, uno dei pm della Direzione Distrettuale antimafia lombarda – l’Expo non si gioca a Milano ma in periferia, dove ci sone le ditte, le infrastrutture, i sindaci da corrompere. Dove è più difficile controllare. Per la ’ndrangheta – ha aggiunto Storari – è più importante e vitale contare sulle candidature nell’hinterland».

Dario Campione

Nella foto:
Il transito dei capitali sporchi verso la Svizzera è uno dei motivi dell’insediamento delle cosche nella zona del Comasco

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