Edi Copes, sull’orologio la possibile firma dell’omicida

Grimaldello giuridico per far ripartire da zero il processo. E oggi ci sarebbe la prova del Dna
Trent’anni dopo la misteriosa morte di Edi Copes, il caso potrebbe essere clamorosamente riaperto. Il 17enne di Sorico, uscito di casa per andare al lavoro come ogni mattina lunedì 8 febbraio 1982, non vi fece più ritorno. Toccò alla mamma Letizia, disperata, trovarlo senza vita, con il corpo livido e pesto, dopo un’intera notte di ricerche. Edi giaceva a poche centinaia di metri dall’abitazione, in un punto dove i genitori erano già passati per quattro volte, ma il povero ragazzo non era
lì, né vivo, né morto.
La verità ufficiale, dopo tutti i gradi di giudizio, stabilì che Edi era stato travolto da un automezzo, forse un camion, urtato probabilmente da un carico sporgente, da uno specchietto retrovisore o da un paraurti rovesciato.
La verità, mai dimostrata ma di immediata evidenza a chi ha visto le immagini raccapriccianti dello stato in cui era ridotto il povero ragazzo, è un’altra: il 17enne morì per le violente percosse subite, dopo essere stato messo alle strette a causa di un contachilometri montato sul suo motorino, ma proveniente da una Vespa rubata. Edi disse da chi aveva avuto quel contachilometri e firmò così la propria condanna.
Per anni la famiglia Copes ha cercato la verità, aiutata in ciò dallo straordinario impegno e dall’indomita grinta di Mario Meroni, un amico di professione assicuratore. E questo intento resta vivo, tanto da far sperare nella riapertura del processo – un “Copes bis”- che ripartirebbe da zero.
Tutto potrebbe ricominciare con un ricorso alla Corte di Cassazione avente per oggetto la richiesta di risarcimento per la morte di Edi proprio come vittima della strada, a causa di un ipotetico incidente stradale provocato da un automezzo pirata. Vediamo perché. Nello scorso mese di novembre, la Corte di Appello di Milano ha depositato la sentenza con la quale ribalta il verdetto del Tribunale civile di primo grado, che obbligava il fondo di garanzia delle vittime della strada a risarcire la famiglia Copes con circa 700mila euro, ritenendo prescritto il diritto degli eredi. Il ricorso in Cassazione, tuttora allo studio, a questo punto potrebbe essere presentato sostenendo la tesi della volontarietà dell’incidente. Un escamotage che, debitamente motivato, potrebbe così dare origine a un nuovo processo penale.
Fin qui la tattica giurisprudenziale, ma nella sostanza c’è ben altro. Qualora infatti il caso Copes tornasse in aula, sul tavolo delle indagini verrebbero gettate due carte importanti. La prima riguarda la prova del Dna, possibile oggi ma non all’epoca dei fatti e negli anni successivi. Mario Meroni custodisce infatti l’orologio che Edi aveva al polso quando fu trovato cadavere. Un orologio con il cinturino sganciato e penzolante dal braccio. Sarebbe dunque importante verificare se su quell’oggetto si trovano tracce di un Dna diverso da quello del povero ragazzo e, in tal caso, se esse sono sovrapponibili al profilo genetico di una delle persone a suo tempo indagate per quella vicenda. Si comprende quindi quanto sia decisivo, ai fini di una prova altrimenti non effettuabile, il ricorso in Cassazione, quale grimaldello per far ripartire il processo.
Ci sono poi le intercettazioni telefoniche compiute sugli indagati, e questa è la seconda carta che potrebbe essere giocata. Non ritenute significative durante le varie fasi del primo processo, oggi, dopo l’archiviazione del caso, sono pubbliche e disponibili a tutti e presenterebbero alcuni passaggi giudicati interessanti. Quanto meno da chi le ha ascoltate e “tradotte” in italiano dal dialetto “laghée”, partendo dal presupposto che non fossero state comprese nel loro corretto significato, forse per una non adeguata conoscenza dell’idioma locale. Nei file audio si sentono per esempio un indagato e la sua fidanzata che parlano in tono estremamente preoccupato di un nuovo interrogatorio dell’uomo. La donna avverte in dialetto: «Lo sai che puoi finire dentro (in carcere, ndr)?». E l’uomo, di rimando, replica laconico: «Eh sì, lo so». Commento di Mario Meroni: perché dovrebbe avere questa consapevolezza chi non ha nulla da temere?
In un altro passaggio tra le stesse due persone, la fidanzata dice, sempre in dialetto: «Quello che posso fare io, tu lo sai…». La voce maschile risponde: «Sì, lo so». A cosa alludesse la coppia, che mostra però di intendersi perfettamente, non è dato sapere. Un nuovo procedimento, probabilmente, porterebbe a chiederlo ai diretti interessati allo scopo di ottenere una risposta chiara. Da ultimo, c’è un’intercettazione tra due indagati, che in riferimento alla vicenda concordano su un punto, esplicitato in vernacolo: «Abbiamo giocato male…». A cosa si riferiva chi ha pronunciato questa frase e chi assentiva all’altro capo del filo?
Il tempo dirà se il caso Copes sarà riaperto. La sera prima della sua ultima giornata di vita, Edi aveva confidato alla mamma che non sarebbe uscito con gli amici a mangiare una pizza. Aveva paura, perché era già stato maltrattato per la storia del motorino. Mamma Letizia, qualche tempo fa, ha lanciato un ultimo disperato appello: «Ho detto e ripeto di essere pronta a perdonare, ma ditemi perché l’avete fatto».

Marco Guggiari

Nella foto:
Un’immagine di Edi. Morì appena 17enne

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.