Egoismo e paura della crisi nel voto di domenica

Perché il Ticino è diverso dagli altri Cantoni di frontiera
Ma c’è anche il rifiuto netto di una globalizzazione sempre più ossessiva

(da.c.) La Svizzera che si avvita su sé stessa è l’immagine gettata da tre giorni in pasto nelle fauci dell’opinione pubblica europea.
La macchina tritatutto dell’informazione ha scelto però la via più semplice per dare un senso al voto con cui, domenica scorsa, i cittadini della Confederazione hanno chiesto ai propri governanti un sostanziale stop alle politiche migratorie decise d’intesa con Bruxelles.
Non c’è dubbio, come ha scritto il Bund, quotidiano di Berna, che l’esito

del referendum possa essere ricondotto agli effetti della «pressione sul territorio e del dumping salariale» e che una immigrazione massiccia causi «una sensazione di perdita di controllo che non rimane senza conseguenze in una democrazia diretta».
Ma i numeri, molto disomogenei tra loro, non permettono di affettare con l’accetta analisi che invece sarebbe meglio fare con il bisturi. Partiamo da un dato: il referendum promosso dagli ultraconservatori Udc è stato votato in modo massiccio nei Cantoni “interni”, quelli in cui la pressione migratoria o frontaliera è minima. Con l’eccezione del Ticino, anzi, nelle zone in cui è maggiore l’afflusso giornaliero di lavoratori europei – Ginevra, Losanna, Basilea -il no all’iniziativa dell’ex partito dei Contadini è stato nettissimo. Prima considerazione: non fanno paura i frontalieri. Semmai, fanno paura i frontalieri italiani.
Fa paura la crisi del nostro Paese e terrorizzano gli effetti che questa stessa crisi può rovesciare addosso a un territorio sin qui toccato soltanto marginalmente dalla congiuntura.
Un altro importante quotidiano della Svizzera tedesca, il Tages-Anzeiger , ha parlato poi di un risultato frutto di «un rifiuto parziale della globalizzazione e dell’integrazione europea».
Certamente in questo c’è un dato di verità. La globalizzazione, ovvero il processo economico-finanziario che tende ad annullare le differenze tra Paesi, è stata uno dei principali motori della ribellione elvetica.
La controprova sta nel fatto che la maggioranza dei cittadini ha votato contro il parere unanime espresso dal governo federale, da EconomieSuisse (l’equivalente della nostra Confindustria), dalle grandi Banche. Da tutti quei soggetti, cioè, che nella globalizzazione svolgono un ruolo di attore e non di comparsa.
Le Matin, quotidiano di Losanna molto prestigioso, ha usato toni sprezzanti: «La Svizzera tedesca si è rannicchiata sulle sue piccole certezze, gelosa dei suoi privilegi e nostalgica di un tempo glorioso che esiste solo nel dipinti di Anker».
Al di là delle ruggini tra confederati, il giornale romando mette in evidenza il terzo dato significativo di questa vicenda: il prevalere dell’egoismo, sentimento politico capace di scardinare molte certezze.
In Ticino, tra i sì al referendum, molti saranno stati di cittadini italiani naturalizzati o di figli di immigrati. Pronti a negare agli altri ciò che essi stessi hanno a lungo rivendicato. Nell’ultimo libro del filosofo spagnolo Fernando Savater (Piccola bussola etica per il mondo che viene, Laterza), si legge a un certo punto: «La realtà è ciò che oppone resistenza». Significa che le cose non cambiano soltanto per il fatto che lo desideriamo. Bisogna volerlo.

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