Elezioni 2018. Incognita partecipazione sul voto dei comaschi. Cinque anni fa un quarto degli elettori si astenne
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Elezioni 2018. Incognita partecipazione sul voto dei comaschi. Cinque anni fa un quarto degli elettori si astenne

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La grande incognita del voto di domani non riguarda soltanto la gara tra i partiti.

Un grande punto interrogativo incombe anche sulla voglia dei cittadini di tornare alle urne. Per la prima volta nella storia delle Politiche e delle Regionali la percentuale dei votanti sul Lario potrebbe infatti precipitare sotto la soglia del 70%.

I segnali di un possibile forte astensionismo ci sono tutti. Alle Europee del 25 maggio 2014 – le ultime votazioni generali cui è stato chiamato a partecipare l’intero corpo elettorale – oltre un terzo dei cittadini (il 35,57%) non si è recato ai seggi. Un dato poi confermato in modo abbastanza clamoroso nelle amministrative del 2016 e del 2017 (anche se, va detto, al referendum istituzionale del 4 dicembre 2016 andò a votare, in controtendenza rispetto alle precedenti consultazioni, il 73,28% dei comaschi).

I sondaggisti, sino a quando hanno potuto rendere conto del loro lavoro, hanno insistito sulla componente degli indecisi, spiegando come fosse la più consistente di tutto il corpo elettorale. Il risultato finale dipenderà proprio dalla scelta di chi, a poche ore dal voto, non sa ancora se e a chi dare la propria preferenza. Una cosa, tuttavia, è certa. I numeri di una volta non saranno in alcun modo ripetibili. La storia elettorale degli ultimi 45 anni disegna infatti una curva dell’astensionismo in forte ascesa.

All’inizio degli anni ‘70 del Novecento i comaschi erano ancora molto ligi al dovere del voto. Nel 1972 per la Camera si recò alle urne addirittura il 96,61% dei cittadini. E oltre 20 anni dopo, nel 1994, alle prime elezioni post-Tangentopoli, l’affluenza si mantenne sopra il 90%. La crisi della partecipazione, in realtà, è figlia del nuovo secolo. Almeno sul Lario.

Già nel 2001, alle Politiche, ci si avvicinava in modo pericoloso a un 20% di astensionismo. Mentre nel 2013 si è avuto il primo, grosso, strattone dei delusi, con una diserzione delle urne di un quarto degli elettori sia alla Camera sia al Senato.

Un discorso simile (ma non troppo) si può fare anche per le Regionali. Elezioni che però hanno conosciuto un primo drastico calo della partecipazione già nel 2010, quando l’affluenza si fermò in provincia di Como al 62,27%.

Un dato davvero basso recuperato in buona parte tre anni più tardi, paradossalmente al termine di una legislatura breve e segnata dall’uscita di scena di Roberto Formigoni.

Tuttavia, anche nel 2000 e nel 2005 il voto per il Pirellone era stato contrassegnato da un distacco crescente degli elettori. Nel primo caso l’affluenza era stata del 75,71%, nel secondo del 72,51%.

Lontanissimi e non più replicabili i tempi delle prime legislature regionali, quando in provincia di Como votava per il consiglio regionale quasi il 96% dei cittadini.

Domani sera si saprà se la disaffezione per le urne è diventata una malattia cronica della nostra democrazia o si è trasformata in una patologia degenerativa.

Da. C.

3 Marzo 2018

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Dario Campione

Dario Campione dcampione@corrierecomo.it


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