Emilio Magni: «Portiamo nelle scuole il dialetto, è la nostra carta d’identità»

alt Il commento dell’esperto

(l.m.) Emilio Magni, giornalista e scrittore erbese, cronista di lungo corso e con 75 primavere che compirà il prossimo mese, è un difensore del dialetto e anche un suo testimonial. Presto infatti lo vedremo sul canale lombardo di RaiTre a spiegare al pubblico della tv i modi di dire lombardi di un tempo. Radici che rischiano di scomparire nell’epoca della globalizzazione e della velocità sempre più esasperata delle comunicazioni, ormai orientate alla mescolanza tra italiano e inglese.
«Fa molto bene un’associazione radicata

sul territorio come la “Famiglia Comasca “ a impegnarsi sul dialetto lariano, per tramandare alle future generazioni quel che resta di questo patrimonio. È la carta d’identità delle nostre terre».
Insomma, nel vernacolo è inciso il Dna della nostra cultura, secondo Emilio Magni, che sta avendo successo con i suoi libri di memorie linguistiche, compreso l’ultimo, “Richén principe della zolla”, un romanzo storico-etnografico uscito in libreria poco prima di Natale per i tipi di Mursia, che sta avendo un buon successo nelle librerie ma anche nelle vendite on line. La ricerca del noto giornalista e scrittore erbese si avventura nel passato del territorio lombardo lasciandosi guidare, sia pure nella rassegnata consapevolezza dei grandi mutamenti intervenuti, appunto dal linguaggio, colorito, efficace e qua e là ancora vivo tra osterie, cascine e botteghe, del vernacolo, ormai scomparso nell’uso comune.
«Spesso ci stracciamo le vesti – dice Magni – sostenendo che siamo “invasi” da altre culture magari di Paesi molto lontani, grazie a fenomeni come la globalizzazione e le migrazioni. Ma siamo i primi a dimenticarci delle nostre radici, a non saperle valorizzare e quindi difendere. Anche mettendo sulla carta gli idiomi locali, prima che scompaiano per sempre. Perché le parole sono importanti, e certi detti, certe espressioni, li puoi esprimere solo in dialetto altrimenti perdono tutta la loro forza, come ho spiegato nei miei libri recenti quale “L’è tua, l’è mia, l’è morta a l’umbria”, in cui sono stati raccolti molti modi di dire dialettali del passato».
Ma quali strategie sono davvero efficaci perché il dialetto non sia solo archeologia? «L’importante è non mettersi in cattedra: qualcuno mi rimprovera di non rispettare filologicamente, secondo i canoni, grafie ed accenti delle parole in dialetto. Ma quel che conta è badare al sodo. Prima che scompaia, il dialetto va testimoniato nelle scuole di ogni ordine e grado: i modi di dire di un tempo vanno raccontati, contestualizzati, fatti vivere nel loro retroterra culturale. Si badi bene: il dialetto non deve essere una materia didattica, ma documentato in presa diretta, ascoltando la voce dei nostri vecchi che sono biblioteche viventi e memorie storiche di radici che rischiano l’estinzione. Il successo dei miei libri sul vernacolo, e il fatto che gli editori continuino a chiedermeli nonostante la crisi, mi conforta: la voglia di radici e di senso dell’identità non è andata perduta».

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