Eroi di sport e di guerra

altMEMORIE LARIANE – Nel cimitero monumentale del capoluogo riposano tre giovani atleti che caddero sul fronte durante il primo conflitto mondiale
Nell’ala destra del cimitero monumentale di Como, in via Regina, tre tombe raccontano altrettante vite. Sono i sacelli di Giovanni Angelo “Gigi” Porta, di Luigi “Gino” Negretti e di Giulio Cesare Bonfanti. A scuola furono allievi del liceo classico Volta, e nello sport si impegnarono nelle altrettanto storiche società Canottieri e Comense. Una vita breve, la loro. Finita troppo presto sotto i colpi dei nemici austroungarici sul fronte della prima guerra mondiale.
Partendo dall’ala destra

dell’entrata principale, ci s’imbatte nella lapide delle tomba di Gigi Porta, bel bassorilievo in ferro battuto. Sottotenente del VII Alpini partito giovanissimo in guerra dopo la disfatta di Caporetto, Porta era uno di quei “ragazzi del ’99” che contribuirono alla felice riuscita della riscossa italiana. Giunto in trincea, capì d’essere più utile alla patria su quelle macchine volanti che vedeva volteggiare e che tanto l’affascinavano. Decise così di presentarsi al corso per aviatori.
La famiglia Porta aveva già dato il suo tributo di figli alla guerra avendo al fronte il fratello di Gigi, Carlo Antonio, anch’egli aviere, ferito gravemente dopo l’abbattimento del suo velivolo e morto nel 1941 a causa delle conseguenze dell’incidente.
Inoltre, Giovanni Porta, noto per essere stato lo storico pediatra della maternità in via Pasquale Paoli nonché fratello di Paolo, l’unico comasco fra i gerarchi fascisti uccisi a Dongo, si trovò, lui in artiglieria, in concomitanza con i cugini aviatori a difendere il suolo italiano.
A differenza dei suoi parenti, Gigi Porta non ebbe la fortuna di tornare a casa vivo. Pagò con la vita l’ardimento della propria scelta cadendo con l’aereo che tanto aveva desiderato pilotare.
Era il 17 luglio 1918, da pochi mesi aveva compiuto la maggiore età e nonostante fosse scampato alla morte durante la furiosa Battaglia del Solstizio, dove peraltro perse la vita Francesco Baracca, asso del volo italiano, dovette immolarsi a un mese di distanza dalla dipartita dell’eroe romagnolo.
L’elica del velivolo in fiamme, la carlinga distrutta e un angelo a prelevarlo dalla terra per ricondurlo di nuovo fra le nuvole che da sempre aveva bramato di poter toccare: sono ciò che descrive l’immagine struggente scolpita sulla lapide ferrea posta un gradone sopra la tomba di famiglia.
Sull’altro lato del camposanto, una scultura composta da tre figure è la tomba di Gino Negretti, giovane tenente volontario sorretto da due commilitoni che gli prestano soccorso. Negretti è ritratto in agonia, mentre ancora stringe nella mano destra la pistola. Non ha più l’elmetto Adrian sul capo, a differenza degli altri due soldati. Una scritta, sempre in ferro, impressa sul basamento della scultura, reca la data di nascita (1898) e quella di morte (1917), avvenuta all’ospedale di Pavia dove Gino venne ricoverato dopo il ferimento.
L’opera scultorea funeraria venne commissionata dal padre negli anni ’30, quando come podestà cittadino durante il ventennio fascista si prodigò affinché la nuova palestra della Ginnastica Comense, progettata dall’architetto Trolli, venisse intitolata all’amato figlio, scomparso a soli 19 anni durante la Grande Guerra. L’ingegner Luigi Negretti, memore dei passati agonistici di Gino tra le file degli atleti della Comense, ottenne che nel 1934 la nuova sede dello storico sodalizio sportivo cittadino in via Michele Bianchi, attualmente via dei Partigiani, portasse il nome di quel ragazzo prematuramente scomparso.
Nella sede della Comense, sul muro a fronte delle scale nel primo piano dello stabile, campeggia una lapide con le foto degli atleti caduti durante il primo conflitto mondiale. Il nome e il volto di Negretti compaiono assieme a quelle di altri famosi atleti morti in guerra.
La foto di Giulio Cesare Bonfanti è invece in mezzo ad altre diciannove nella lapide degli atleti caduti della storica società del remo Canottieri Lario, affissa al muro sul lato destro appena varcato l’ingresso di viale Puecher.
Al Monumentale, la tomba di famiglia è situata a pochi passi da quella dei Negretti, sul gradone superiore nelle arcate rivolte verso l’ingresso principale. È un altro sepolcro di pregio, con una bifora ornata da guglie in stucco color ocra che nella parte sinistra ricorda la figura dello studente universitario caduto per la patria. L’epigrafe recita: «Studente regia università di Pavia / Giulio Cesare Bonfanti / sottotenente nel 166° Reggimento Fanteria / dottore ad honorem in giurisprudenza / eroicamente caduto / sul San Michele del Carso / il 10 ottobre 1915 / colpito in prima linea / da granata nemica / in mezzo ai suoi soldati / immolando alla Patria / a soli 21 anni / con tutto l’entusiasmo / la fiorente giovinezza». In quel maledetto giorno dell’autunno 1915, il canottiere e futuro avvocato della prestigiosa università di Pavia, dove ancor oggi è ricordato, morì sotto il fuoco nemico. Fra le alture del Carso in quei giorni si combatté la terza battaglia dell’Isonzo e in quella carneficina finì i suoi giorni in maniera valorosa. Bonfanti era alla testa del suo manipolo di soldati della Brigata Alessandria quando venne colpito a morte, così come l’amico e compagno di società sportiva Giuseppe Sinigaglia, nove mesi dopo di lui e a poca distanza da quegli stessi luoghi.

Maurizio Casarola

Nella foto:
Sopra, l’epigrafe dedicata a Giulio Cesare Bonfanti

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