ESERCITO IMMOBILE

di  MARIO CAMPIONE

Giovani e mondo produttivo
Quasi 4.500 posti di lavoro bruciati in meno di due anni. Crescente precarizzazione degli impieghi, bassa qualificazione degli occupati. L’ultima istantanea scattata dalle Camere di Commercio con il sistema informativo “Excelsior”, mostra il lato oscuro della crisi.
Le imprese manifatturiere non fermano la propria emorragia di operai. Si produce sempre meno. Dato assolutamente coerente con il resto del Paese, dove la “macchina industria” ha perso dal marzo 2008 al giugno 2010 addirittura
21 punti percentuali.
Una situazione soffocante e apparentemente senza uscite.
Alcune settimane fa, il 6 agosto, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) ha aggiornato il tradizionale “super-indice” riassuntivo di variabili quali ordini industriali, aspettative di consumatori e imprese, prezzo del petrolio, condizioni del credito.
Il super-indice Ocse, di solito, è in grado di anticipare almeno di sei mesi l’andamento del ciclo economico.
Francia e Italia, che più o meno correttamente erano stati individuati oltre un anno fa come Paesi che sarebbero per primi usciti dalla recessione, sono state adesso indicate come nazioni in cui potrà verificarsi un downturn, una brusca inversione.
Quello che preoccupa in misura maggiore è la crescita della disoccupazione (soprattutto giovanile) e lo squilibrio crescente tra gli ipergarantiti e i superprecari.
Due dati: i posti di lavoro bruciati in due anni in Italia superano il milione. Di questi, quasi la metà – il 48,1 per cento – è relativa a contratti a tempo determinato, mentre lo stock dei contratti a tempo indeterminato è calato soltanto dello 0,7 per cento.
Il punto è semplice. Le molte riforme del mercato del lavoro, attuate alternativamente dai governi di centrodestra e di centrosnistra, sono rimaste incomplete. Si è creato un dualismo tra contratti a tempo indeterminato e contratti a tempo determinato che è iniquo e fortemente distorsivo.
I primi tutelati sino all’inverosimile, i secondi con difese limitatissime.
La vera questione da affrontare in questo momento è quindi il lavoro. Che tra i più giovani rischia di diventare un concetto astratto, impalpabile.
L’ingresso nel mondo produttivo è sempre più ritardato nel tempo e insoddisfacente. Chi studia molto non ottiene spesso alcuna gratificazione.
A Como, i nuovi impieghi sono concentrati nel settore dei servizi e del turismo. Professionalità e formazione scolastica non costituiscono più valori aggiunti.
Nel mese di giugno, una ricerca Istat ha definito i giovani italiani un «esercito immobile». Bloccato dall’alto da una crisi che impedisce la creazione di sviluppo e ricchezza e apparentemente paralizzato “dal basso”, incapace cioè di far valere le proprie ragioni contro gli squilibri generazionali.
La conseguenza di questa situazione, insiste l’Istat, «è un’economia che non cresce e una società che non si rinnova».
Como, purtroppo, non fa più eccezione.

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