Eutanasia, una sede di Exit a Lugano «Ogni settimana cento chiamate»

Cartelli della dogana tra Italia e Svizzera

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«Riceviamo un centinaio di chiamate ogni settimana. Il 60% riguarda persone ammalate in modo grave, uomini e donne che chiedono di poter morire con dignità e senza troppe sofferenze». Emilio Coveri, un passato da manager Iveco, è da anni il presidente di Exit-Italia, associazione che promuove il diritto alla “dolce morte” e offre informazioni a chi intende praticare l’eutanasia nelle strutture estere in cui questo è possibile e legale. Coveri parla di un «trend che sta aumentando vertiginosamente» e sottolinea ancora una volta «la totale indifferenza al problema del Parlamento e delle istituzioni italiane. La nostra politica non ha fatto nemmeno finta di accorgersi di quanto accade, si gira semplicemente dall’altra parte». Al telefono dell’associazione e attraverso i contatti in rete (sul sito exit-italia.it) , ogni settimana giungono almeno un centinaio di segnalazioni e richieste di notizie. Da pochi mesi, poi, è stata attivata anche una sede in Ticino, a Lugano, che opera in collaborazione con la “Liberty Life” di Paradiso. «Noi continuiamo a essere rispettosi delle norme in vigore in Italia – dice Coveri – motivo per cui, pur potendo agire diversamente, agli associati alla Exit della Svizzera Italiana forniamo soltanto informazioni». L’ex manager torinese, però, non nasconde una «forte preoccupazione» per l’assenza nel nostro Paese di una «normativa che regolamenti l’eutanasia. Il Parlamento non si muove e continua a tollerare che le persone possano morire in esilio, miseramente anche se con dignità, senza l’affetto dei parenti». La Svizzera è una delle mete preferite di chi, dopo aver sottoscritto il proprio testamento biologico, chiede di morire con l’eutanasia. Exit indirizza i suoi associati a strutture di Berna, Basilea, Zurigo e, appunto, Lugano. «Ci sono 50 o 60 persone ogni settimana che chiamano – racconta Coveri – gente ormai allo stremo, malati allo stadio terminale o affetti da Sla. A tutti loro diamo assistenza spiegando quali sono le procedure necessarie, a partire dal testamento biologico. Alcune decine l’anno superano le verifiche sul testamento biologico e sulla documentazione medica e ottengono la cosiddetta “luce verde”per andare a morire in Svizzera». Chi si rivolge a Exit proviene da territori e realtà sociali diversi, compreso ovviamente il Lario. «Sono molti gli iscritti alla nostra associazione che risiedono nella vostra provincia – conferma Coveri – e i comaschi che hanno scelto di morire all’estero in questi anni sono stati almeno una decina». Così come tutti gli altri, anche questi ultimi hanno seguito nei giorni finali della loro esistenza un percorso amaro e dolente, che li ha costretti ad abbandonare la propria casa prima di dire addio alla vita. «Il Parlamento non ci dà ascolto – insiste il presidente di Exit-Italia – ma non interromperemo mai la battaglia iniziata venti anni fa. Non lo faremo, almeno fin quando non avremo una legislazione sull’eutanasia anche nel nostro Paese». Il 2 novembre, data in cui si ricordano i defunti, è anche la giornata mondiale per il diritto a morire con dignità. L’associazione di Coveri sarà davanti a molti cimiteri italiani per distribuire materiale informativo. «Saremo dove ci hanno permesso di stare – dice l’ex manager – l’importante è spiegare, parlare con i cittadini. E ricordare i nostri cari e tutti coloro i quali sono morti soffrendo troppo e in modo ingiusto». «Oggi si muore ancora in esilio – conclude Coveri – ma prima o poi sarà possibile chiudere gli occhi a casa, circondati dall’affetto dei familiari. Mi auguro che presto qualcuno si faccia carico di tutto questo dolore».

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