Ex Jugoslavia, ricordi di terrore e violenza. Parla l’inviato di guerra comasco Imbimbo

Il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic

«La condanna di Mladic? Non posso nascondere che mi abbia suscitato molti ricordi». Parole di Carlo Imbimbo, giornalista 54enne, nato a Napoli e comasco d’adozione, che all’epoca della guerra nella ex Jugoslavia fu inviato per conto dell’agenzia Albatross Press.
Un tema tornato di attualità in questi giorni per la condanna all’ergastolo di Ratko Mladic con l’accusa di genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità dal Tribunale dell’Aja.
«Mladic? Non ho mai avuto occasione di intervistarlo – spiega Carlo Imbimbo – anche se in più di una occasione l’ho incrociato e mi ci sono ritrovato faccia a faccia».
Mladic era il comandante dell’esercito serbo- bosniaco, giudicato responsabile, tra l’altro della strage di Srebrenica: un genocidio di oltre 8mila musulmani.
«Come detto, non ho avuto occasione di incontrare e parlare con Mladic – spiega Imbimbo – mentre ho conosciuto e intervistato Željko Ražnatovic, noto come “Arkan”, che con le sue truppe apriva la strada all’esercito, guidato da Mladic, ćcon massacri, operazioni di pulizia etnica e violenze di ogni tipo».
«Non fu facile raggiungere Arkan – spiega ancora il giornalista – Dopo una lunga trattativa raggiunsi l’accordo per intervistarlo a Belgrado. Lui aveva un castello dove abitava, ma preferì incontrarmi nel bar della sua compagna, famosa cantante Ceca, esponente del genere cosiddetto “turbo-folk”».
«La guerra era già finita, era il 1997 e si sapeva quello che aveva fatto – aggiunge Imbimbo – eppure Arkan a Belgrado era rispettato e poteva fare tutto quello che voleva». Ciò non gli impedì comunque di morire assassinato nel gennaio del 2000 durante una serata con amici all’Intercontinental Hotel.
Ma in questi giorni, come detto, Carlo Imbimbo non può non ripensare ad anni in cui ha seguito come giornalista una tra le vicende più tragiche della storia recente.
«Incontravamo la gente nei paesi e ricordo il loro terrore – aggiunge – Non sapeva il suo destino. La pulizia etnica in Bosnia, infatti, fu a macchia di leopardo: in alcune comunità nessuno fu toccato, altre furono sterminate. E poi come dimenticare le donne che venivano violentate o interi villaggi in cui fu uccisa completamente la popolazione maschile».
«La situazione di Sarajevo era terribile – testimonia ancora Imbimbo – Una città assediata con le persone messe in un angolo, come il gatto che gioca con il topo: una delle cose che più possono segnare un uomo».
E tra le vicende che ha conosciuto il giornalista comasco, quella di un gruppo di teste di cuoio. «È incredibile – conclude – Bisognerebbe scriverci la sceneggiatura di un film. In pratica questi militari, che per anni avevano lavorato fianco a fianco ed erano amici, all’inizio della guerra si sono trovati su fronti opposti. I bosniaci era asserragliati nel palazzo del parlamento, i serbi in un edificio lì vicino. Durante il giorno combattevano, si sparavano fra di loro, conoscendo a vicenda punti di forza e punti deboli. La notte, invece, da vecchi amici, parlavano delle famiglie, dei figli per poi riprendere a combattere il mattino dopo».
Massimo Moscardi

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