Ex Ticosa, lungolago, cittadella sanitaria

Dopo la Ticosa e il lungolago, ecco il rischio che anche l’area dell’ex ospedale Sant’Anna resti per molti anni senza una nuova funzione, concretamente realizzata e visibile, dal momento che non ci sono risorse per la famosa cittadella sanitaria.
C’è da chiedersi se a Como ci sia una specie di calamita che attira i guai dell’inconcludenza, o se non siamo proprio capaci di fare.
Luisa Bergamini

RISPONDE AGOSTINO CLERICI
Posso assicurare che quella “specie di calamita” non esiste.
Esiste l’inconcludenza, come frutto di tante responsabilità che si sommano in una incapacità a decidere prima ancora che a fare. La politica – a Como come altrove – fa fatica a decidere. Spende (tanto) tempo e (tanto) danaro a studiare le soluzioni, a definire gli obbiettivi e a stilare i progetti. Poi li annuncia, ma si dimentica di decidere, che è la funzione più importante.
L’etimologia di questa parola – che è all’origine di ogni agire umano, anche nel campo della moralità personale – è chiara: decidere significa tagliare, e tagliare significa perdere qualcosa a favore di qualcos’altro.
Spesso i nostri politici non decidono mai veramente, perché vogliono semplicemente essere sempre vincenti, vogliono avere l’applauso di tutti per restare a galla, non vogliono perdere questa o quella “clientela” (sia detto in senso buono). Quando si decide, invece, necessariamente si taglia e, talvolta, si deve operare una potatura radicale, e toccherà ai fiori della primavera e ai frutti dell’estate esprimere una valutazione sulla giustezza o meno delle decisioni, dei tagli dell’inverno. Quel che è certo è che la pianta non potata – non decisa – non produce o produce poco e male…
Il caso della cittadella sanitaria da realizzarsi nel vecchio Sant’Anna si configura come un tipico caso in cui i progetti sono annunciati, ma non veramente decisi. Ogni progetto ha una sua consequenzialità. Decidere significa, perciò, scegliere di attuare un percorso preciso. Per fare la cittadella sanitaria ci vogliono tot soldi, che ricavo sia da stanziamenti pubblici, sia dalla vendita ai privati di parte degli stabili dismessi del vecchio ospedale.
E facciamola, allora, questa operazione di vendita, altrimenti poi è inutile continuare ad annunciare la cittadella sanitaria! Si cammina un passo dopo l’altro, perché se cerco di muovere i due piedi insieme, inciampo su me stesso e cado inesorabilmente per terra. Ed è esattamente quello che avviene in questa come in altre spinose questioni che si trascinano da anni: si getta un po’ di polvere negli occhi con la cittadella sanitaria e poi un’altra manciata di polvere con il campus universitario (e, guarda caso, i due progetti s’intersecano, perché il campus per prendere forma concreta ha bisogno degli spazi, che si liberano al San Martino solo se l’Asl trasloca nel vecchio Sant’Anna!) e così tutto resta fermo. Tanta carta e tante parole. Decisione zero.
Forse occorre più tempo. Quanto tempo? Vent’anni? Lo si dica, lo si metta nero su bianco, così ci mettiamo il cuore in pace. E, quando tutto sarà pronto, i politici, i manager e gli amministratori – che nel frattempo saranno tutti cambiati – si accorgeranno che i padiglioni del vecchio ospedale avranno bisogno non solo degli inevitabili e preventivati (vent’anni prima) adeguamenti per sistemarci gli uffici, ma anche di costose ristrutturazioni dal degrado che nel frattempo ha divorato le strutture.
E tutto ricomincerà daccapo. Non se ne farà nulla, o si dovranno aspettare altri vent’anni.
Lo so. Sto esagerando. Allora diciamo che tutto va bene. Che si tratta soltanto di qualche inevitabile lentezza burocratica. Che si farà un’interpellanza a questo e a quello per velocizzare la pratica. E non si dimentichi la chiosa d’obbligo, coperchio che va bene per tutte le pentole: c’è la crisi, mancano i soldi…

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