FALSE INVALIDITÀ CERTIFICATE DA MEDICI. OCCORRONO SANZIONI PIÙ SEVERE

Risponde
Agostino Clerici

Mi riferisco all’articolo sui falsi ciechi del “Corriere di Como” dello scorso 2 giugno, uno dei tanti che abbiamo letto ultimamente, senza contare poi i numerosi servizi televisivi.
Mi rivolgo a voi per vedere se, almeno da questa redazione, riesco ad avere una risposta ad una domanda semplicissima: cosa succede alle commissioni mediche che hanno certificato le false invalidità, a quali provvedimenti vengono sottoposti questi medici?
Se non si sono accorti delle inesistenti invalidità devono smettere immediatamente di esercitare la professione medica, non ne sono capaci. Se si sono prestati a dichiarare il falso (e non voglio entrare nel merito dei motivi che li hanno spinti a farlo) devono essere perseguiti penalmente e, ben più importante a mio avviso, radiati dall’albo dei medici.
Purtroppo non ne parla nessuno e finora ho cozzato contro il muro ottenendo solo mancate risposte. Denunciare questo malcostume è assolutamente necessario, ma in primis occorre denunciare e penalizzare chi lo permette.

Silvia Allievi

Non sono esperto di diritto, ma la lettrice può sicuramente partire dall’enunciato dell’articolo 481 del Codice penale per trovare una risposta – almeno sulla carta – alle sue domande: «Chiunque, nell’esercizio di una professione sanitaria o forense, o di un altro servizio di pubblica necessità, attesta falsamente, in un certificato, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 51 a euro 516. Tali pene si applicano congiuntamente se il fatto è commesso a scopo di lucro». Spulciando tra i servizi informativi telematici di un Ordine provinciale dei medici ho trovato anche questa precisazione: «Trattandosi di un delitto contro la fede pubblica, il reato è consumato con il solo rilascio del certificato, anche se il fine prefissato non viene raggiunto. Il reato inoltre si concreta unicamente quando vi è dolo da parte del medico; se questi è in errore, ma persuaso di essere nel vero e certifica conformemente alla propria convinzione, non può essere accusato di certificazione mendace, cioè di falso ideologico; in questo caso il certificato, infatti, non è falso, ma soltanto erroneo».
Parlando del caso dei due presunti falsi ciechi (di cui si occupò il “Corriere di Como” tre settimane fa) in quell’articolo si dice testualmente che essi «avevano ottenuto una diagnosi di cecità assoluta». Quindi, vi sarebbero stati uno o più medici incaricati di valutare l’invalidità, i quali avrebbero commesso o un dolo (con un certificato falso) o un errore (con un certificato soltanto erroneo). Nel primo caso cadono nel dettato del sopracitato articolo del Codice penale. Nel secondo caso o sono stati clamorosamente raggirati o hanno svolto la loro indagine con superficialità. È probabile che nell’indagine giudiziaria verranno svolti accertamenti anche nei confronti di chi aveva dichiarato la cecità assoluta dei due soggetti (che invece, secondo l’inchiesta, sembra ci vedessero bene). Comunque, la pena stabilita dall’articolo 481 del codice penale è, a mio modesto parere, molto blanda.
Non si parla di radiazione dall’albo professionale, ma credo che questa sanzione spetti al competente Ordine professionale, e di fatto è preceduta da altri provvedimenti, quali l’avvertimento, la censura e la sospensione temporanea, e seguita naturalmente dalla possibilità del ricorso. Nel decreto del Presidente della Repubblica (n. 221, 5 aprile 1950) con cui furono ricostituiti gli Ordini delle professioni sanitarie il suddetto articolo 481 non è citato tra quelli che prevedono la radiazione dall’Albo.
La distinzione tra il dolo e l’errore, poi, si presta a quel tipico duello a colpi di cavilli che è spesso la sostanza di interminabili dibattimenti. Certo, se fosse provabile il dolo del medico nel dichiarare la cecità, sarebbe auspicabile che anch’egli contribuisca a restituire il maltolto: nel caso dei due ciechi comaschi (ammesso e non concesso che venga provata la loro colpevolezza, visto che l’inchiesta è ancora in corso) si tratta di ben 135 mila euro sottratti dal 2007 a oggi. Ma, forse, nemmeno i falsi ciechi saranno costretti a restituire quanto hanno sottratto alla pubblica amministrazione (ovvero ai cittadini onesti). Condivido, pertanto, lo smarrimento e la rabbia della lettrice.
Il cittadino comune è davvero impotente di fronte a fenomeni come la corruzione/concussione e il falso in atto pubblico. Sono reati che sfuggono alle maglie della giustizia, e che finiscono spesso su quel piano inclinato in cui, alla fine, nessuno è veramente colpevole. Determinate categorie professionali, poi, sono privilegiate e, anche quando sbagliano, non pagano mai di persona. Questo non è giusto. Ciascuno è chiamato a esercitare la propria professione e a pagare gli errori proporzionalmente al ruolo svolto. Succede invece che il cittadino che sta al di qua dello sportello sia costretto a risarcire ogni errore o ritardo, mentre chi sta dietro lo sportello e svolge una funzione pubblica non paga mai nemmeno quando sbaglia.
Se posso aggiungere un tassello al mosaico delle vere e false invalidità, proprio l’altro giorno una persona mi raccontava l’ignobile richiesta fatta a un suo parente che ha subito l’amputazione di una gamba e che, per questo motivo, ha ottenuto invalidità e accompagnamento: gli è stato chiesto di presentarsi per? un controllo.
Ma come? L’Inps – quello stesso ente che si fa fregare dai falsi ciechi – chiede a una persona la cui invalidità è senza ritorno di presentarsi per un controllo? Incredibile. Forse il Servizio sanitario nazionale prevede di aprire un nuovo sportello per la valutazione dei? miracoli?

 

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