Cultura e spettacoli

Farfalle sui ghiacciai

altIl libro. Nella nuova opera del lariano Oreste Forno, edita da Bellavite, avventure di alpinismo estremo che intrecciano cronaca, storia e attualità
Fino a che punto la passione per la montagna può spingersi nel mettere in gioco la vita? Questo pensa Saverio – montanaro che ama trascorrere le belle stagioni, dalla primavera all’autunno inoltrato, nella sua baita in quota – protagonista dell’ultima storia dello scrittore, fotografo e alpinista lariano Oreste Forno La farfalla sul ghiacciaio (edizioni Bellavite, pp. 127, 12 euro). Un libro di particolare attualità, mentre infuria la protesta degli sherpa in Nepal dopo la valanga che ha travolto alcune guide locali sull’Everest.

L’autore radica ancora una volta la narrazione nella sua esperienza di vita. Come lo scrittore, infatti, il protagonista del libro ha frequentato a lungo i massicci d’alta quota dell’Himalaya, divenendone esperto a tal punto che gli alpinisti in procinto di intraprendere spedizioni salgono alla baita a chiedergli consiglio. E come per l’autore, che da anni ha scelto di trascorrere felicemente i suoi giorni in Val di Ratti come guardiano di una diga, la montagna di Saverio non è più quella imponente e impietosa delle vette himalayane, ma la corona familiare e accessibile dei monti vicini, sopra il Lario e la Valtellina.
Ma le esperienze di alpinismo estremo, nell’animo dello scrittore così come in quello del suo personaggio, sono vive e profonde: è un mondo che Forno rivisita con partecipazione viva, nella consapevolezza che ogni uomo ha «una propria montagna interiore da scalare», un ostacolo «per poter camminare in piano, per trovare la propria condizione d’equilibrio».
Il protagonista della storia ha lo sguardo sereno di chi ha da tempo raggiunto la montagna che aveva dentro, «quando si era accorto di non doversi dimostrare più niente» e «aveva detto basta capendo che la vita era troppo importante e bella per giocarsela a quel modo».
È uno sguardo che adesso va oltre, si fa più ampio, abbraccia il destino di altri uomini: Saverio, dopo il colloquio con due alpinisti, Marco e Paolo, saliti da lui alla baita prima della partenza per un Ottomila, il monte Dhaulagiri, pensa al suo cammino di alpinista e di uomo e a come trasmetterne il senso, il valore, affinché sia d’aiuto ai giovani, quasi figli per lui.
Saverio indaga dentro di sé le ragioni delle sue scelte, lui che «da anni andava predicando che in Himalaya gli alpinisti continuano a morire, e che era tempo di fare qualche cosa».
Rievoca la fatica quasi disumana, i disagi del cibo e degli attendamenti, le valanghe, il maltempo in quota, l’ansia per i compagni di spedizione e per i propri cari lasciati a casa, ma sa che tutto questo non basta a dissuadere chi la montagna la porta dentro come un bisogno interiore. Non gli resta che continuare a raccontare, a divulgare la sua personale scoperta dell’“altra montagna”, un andar per monti che non include sfide personali e non chiede nulla all’ambiente se non quello che può dare – ed è molto – a chi serenamente lo vive e lo contempla.
Restano ricordi splendidamente narrati del Nepal, dei suoi monti, dei templi ma soprattutto della popolazione, mite e povera, ma ricca di tempo per il dialogo e gli affetti.
Fra la tragedia delle 11 vittime sul Manaslu, nel settembre 2012, che apre il libro e quella immaginaria sul Dhaulagiri narrata nel finale, ma scongiurata per chi ha saputo trovare la salvezza nella rinuncia, scorre l’esistenza di un uomo che, attraverso la straordinaria avventura della montagna, quella conquistata in passato e quella vissuta oggi, canta gli affetti familiari.

Giuliana Panzeri

Nella foto:
l’Alpe Scermendone sopra Berbenno di Valtellina, uno dei luoghi che hanno ispirato l’ambientazione del libro di Oreste Forno.
6 maggio 2014

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