Fase 2, così gli architetti progettano il futuro

Il Novocomum, storico edificio di Giuseppe Terragni, a Como in via Sinigaglia 1, sede dell’Ordine degli Architetti

Siamo in un tempo sospeso, dove la città con le sue evidenze architettoniche storiche è una sorta di silenzioso museo metafisico tornato agli anni Trenta o Quaranta del secolo scorso: poche macchine, poca gente in giro.
Un clima bellico o postbellico, dove l’incertezza regna ancora sovrana.
Che riflessioni suscita al mondo di chi progetta gli spazi urbani oggi?
Lo abbiamo chiesto al presidente dell’Ordine degli Architetti di Como, Michele Pierpaoli. «Dobbiamo capire che la città è costruita dagli uomini ed è per gli uomini – dice Pierpaoli – Ha bisogno degli uomini, non può farne a meno. Le città metafisiche sono oltre, sono per mondi onirici, fuori dal tempo e dal reale. Però quello che importa è la misura; la misura è nel rapporto tra numero di persone con gli spazi e i luoghi, tra autoveicoli e uomini, tra natura e meccanizzazione, tra silenzi e rumori. Negli individuali e contemporanei rituali di massa la misura spesso trascende in un flusso continuo, incessante, sovrastante, a volte caotico. Può essere servita questa pausa per cogliere questo valore della misura del rapporto uomo-città-natura nella nostra città? Vorrei sperare, ma non sono così ottimista».
Da cosa si dovrà ripartire quando l’edilizia e la progettazione che ne è la matrice potranno di nuovo dire la loro?
«Da molto, in teoria. Da quello che ho detto prima ma forse da alcuni assunti ed alcuni problemi, forse alcuni di questi ultimi temporanei. Gli assunti potrebbero essere connessi a una consapevolezza e richiesta di salute pubblica da porre in alto alla scala delle priorità, in maniera reale e non per slogan. Salute pubblica nelle città vuole dire azioni concrete future anche su mobilità, traffico, trasporto individuale motorizzato e non, trasporto pubblico, rapporto coerente tra natura e città, spazi pubblici per il benessere dei cittadini, riduzioni delle fonti inquinanti. Le possibilità di attivare reali forme di telelavoro avranno influenza importante in questo processo; potrebbero portare a individuare hub di lavoro intermedi, di quartiere. Forse tutto il tema del “quartiere”, della prossimità in generale, potrebbe essere ritrovato e rivalorizzato. Bisognerà capire per i luoghi pubblici se il distanziamento fisico dovrà essere considerato tema limitato a un periodo oppure anche per il futuro; se così fosse tuttavia avrebbe ricadute molto importanti per tante strutture pubbliche per spettacolo, cultura e sport ad alta presenza simultanea di persone. Poi ci sarà il tema della casa, meglio dell’abitare. Qui gli argomenti potrebbero essere tanti. Dagli spazi interni, oggi rivelatisi molto spesso sottodimensionati, insufficienti o inadeguati, che potrebbero necessitare di ambienti diversi, maggiori e integrativi, fino a una riflessione su quelli esterni. Ma più che altro capire quanto le possibilità del lavoro e della formazione a distanza (senza assolutizzarne il concetto ma prendendo atto che ora il tema è davvero concreto, collaudato e attuale) potrebbero davvero portare a una relativa indifferenza localizzativa dell’abitare offrendo opportunità fuori dai contesti urbani a più alta densità e concentrazione umana con contestuale benefica riduzione degli spostamenti territoriali. E magari portando ad una rivalorizzazione dei centri urbani di media/piccola dimensione o addirittura di piccoli nuclei di antica formazione, oggi spesso prossimi all’abbandono. In questi luoghi la qualità del vivere, in termini di salute e benessere e forse di rapporti umani e sociali, è potenzialmente più alta e i costi delle case minori».
Non potrebbe essere l’occasione, questa crisi globale che viviamo, per una ripartenza motivata, dove si fa tesoro degli errori del passato e delle opportunità del presente?
«Sì – conclude l’architetto Michele Pierpaoli – bisognerebbe forse innanzitutto che i cittadini lo vogliano, chiedendo azioni pubbliche sulla città per la salute e il benessere comune. Significa però sacrificare qualcosa oggi in termini di comodità individuale, a fronte di una qualità prossima futura per tutti e per chi verrà dopo di noi. Città come la nostra devono assolutamente investire in termini di qualità sulla relazione uomo-città-natura interconnessa con lavoro e cultura, valorizzando la dimensione e la scala propria urbana ed evitando errori di operazioni fuori misura che andrebbero esattamente nella direzione opposta rispetto a ciò che è il reale valore della città su cui dobbiamo investire. Riprendendo la sua prima immagine legata allo spirito e alla misura della città prebellica, potremmo anche dire che la storia del passato ci può ancora una volta aiutare a capire la strada per il futuro, pur mutando ciò che deve essere inevitabilmente cambiato».

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