Fatture false per ottenere i rimborsi sanitari. Finisce nei guai un dirigente d’azienda

Sotto la lente 70mila euro di prestazioni
Per la procura di Como, pubblico ministero Massimo Astori, deve rispondere di truffa ai danni del Fondo di assistenza sanitaria integrativa (Fasi) e del Fondo di assistenza per i dirigenti di aziende industriali (Assidai). Secondo l’accusa, infatti, che gli contesta anche il falso in una scrittura privata, avrebbe presentato per anni – dal 2005 al 2009 – false fatture sanitarie agli enti preposti, chiedendo in cambio di essere rimborsato delle spese che, in realtà, non sarebbero state sostenute

. Nei guai è così finito un dirigente d’azienda dell’Erbese che avrebbe ottenuto soldi non dovuti per un totale di quasi 70mila euro: 37mila sottratti al Fasi e 32mila all’Assidai. A portare allo scoperto la vicenda, sarebbero state tre querele presentate da una dermatologa e da un otoiatra tra la fine del 2010 e il 2011, denunce che evidenziano come quelle prestazioni a loro attribuite non ci sarebbero in realtà mai state. Da qui il via alle indagini, che hanno poi portato ad appurare – sempre secondo l’accusa – 220 false fatture sanitarie prodotte (a loro insaputa) da vari professionisti: oltre ai due già citati, anche psichiatri, otorinolaringoiatri, ortopedici, chirurghi vascolari e cardiologi. Spese che il dirigente presentava – a nome suo e della moglie – ai fondi di assistenza che poi rimborsavano l’importo delle fatture.
Ingegnoso, sempre stando a quanto sostenuto dal pm Astori che in queste ore ha chiuso le indagini sulla vicenda, il metodo utilizzato dall’indagato: quest’ultimo compilava la presunta prestazione sanitaria ricevuta, apponeva falsi timbri riportanti il nome del dottore con domicilio, codice fiscale e partita Iva, oltre alle firme false. Documentazione che poi partiva alla volta della Fasi e della Assidai per i rimborsi. Un giro di quasi 70mila euro su cui ora la procura ha deciso di dare un’occhiata. Il dirigente, assistito dall’avvocato di Como Antonio Zito, avrà ora tre settimane di tempo per decidere se farsi interrogare (spiegando la propria versione dei fatti) oppure presentare una propria memoria. Poi la palla passerà di nuovo al pm che deciderà o meno per la richiesta di rinvio a giudizio.

Mauro Peverelli

Nella foto:
Il Tribunale di Como. La vicenda è al vaglio della Procura

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