La cravatta fece la fortuna di Como, ora i codici sono cambiati

Un macchinario esposto nel Museo della Seta di Como

Bellezza e dettagli in pochi centimetri di tessuto: la cravatta è stata la fortuna degli anni Cinquanta e Sessanta a Como. La comasca Francina Chiara, storica del tessuto e curatrice di una recente mostra al Museo della Seta di Como, ne conosce bene la storia: «Tutto ha inizio con l’Esposizione Voltiana nel 1927, quando iniziano ad apparire tessuti destinati alla cravatta accanto a chilometri di stoffe per ombrelli: la cravatta infatti, a inizio Ottocento, nasce nel contesto della produzione dei nastri. Dapprincipio solo nera e la sua produzione era concentrata a Lione e Basilea».
«La svolta a Como – continua Francina Chiara – arriva negli anni Venti con Guido Ravasi che dà avvio a una produzione di tessuti per cravatte nel 1925. Ravasi era bravo a farsi conoscere, e con la sua bottega in piazza Vittoria a Como, la cravatta trova una alta espressione estetica, il tessuto di seta è molto bello e si ispira all’arte e alla storia italiani, come il famoso tessuto “Pompei” che riprende i colori degli affreschi antichi; le cravatte sono pezzi d’arte che finiscono persino al Metropolitan di New York. Subito dopo la Prima Guerra Mondiale c’è poi un’idea di rinnovamento della cravatta che dal nero passa al colore con l’inserimento di motivi decorativi fino ad allora inusuali nella moda maschile. Con la crisi del Ventinove, Ravasi perde impatto, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale cravatte e foulard a Como diventano prodotti di punta. All’intreccio dell’operato si affianca lo stampato, ed emergono aziende importanti come Ratti, Binda, Serica Lombarda e Canepa, che hanno una fortissima tradizione nella produzione tessile della cravatta. Fondamentale poi il ruolo dei disegnatori, fioriscono studi presso cui lavorano veri e propri artisti. Le cravatte hanno disegni minuti, fatti con il pennello, in pochi centimetri di stoffa bisogna restituire dettagli minuziosi e che risaltino per la bellezza. Si vendeva in tutto il mondo e il primato era Como sia per la produzione sia per il disegno». Inizia però poi una lenta stagione di declino. «Con gli anni Novanta direi – spiega Francina Chiara – per esempio, la Ratti da due divisioni di cravatteria passa a una». E oggi? «La cravatta come oggetto di moda si è codificata come divisa dell’uomo borghese, che con pantalone, giacca panciotto veniva definito “l’uomo nero”, la cravatta era un elemento trasgressivo nel contesto di un abbigliamento da uniforme. Ed è proprio il tema “uniforme” a essere cambiato, per esempio in banca in passato era impensabile presentarsi al lavoro senza cravatta, oggi non è più così, i codici sono cambiati e anche per l’uomo c’è stata un’accelerazione nella rottura. La cravatta così com’è annodata al collo in un certo modo può essere costringente, l’elemento decorativo è però il valore simbolico che rispecchia l’esigenza insopprimibile di ornare il proprio corpo».

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