Federico II, 800 anni fa l’incoronazione imperiale

Federico II di Svevia

Quest’anno ricorre l’ottavo centenario dell’incoronazione di Federico II di Svevia, con la moglie Costanza, a imperatore, la massima autorità civile in Europa occidentale, avvenuta il 22 novembre 1220.
Ricorre di domenica, come allora, e come per i centenari verificatosi solo nel quarto (1620).
Come quasi tutte le trenta incoronazioni imperiali per mano di papi, da Carlo Magno (800) a Carlo V (1530), anche la presente ventiquattresima fu nell’antica S. Pietro. La celebrò papa Onorio III, possiamo immaginarci secondo il recente aggiornamento del cerimoniale fissato in curia nel secolo precedente dal sedimento di secolari gesti simbolici.
Un’ombra ormai il ruolo della capitale antica.
Ai suoi abitanti, sceso da Monte Mario e arrivato a un ponticello sulla Via Trionfale, il futuro imperatore giurava di rispettarne le buone consuetudini. Il prefetto di Roma con la spada lo precedeva mentre il clero cittadino in processione lo accompagnava da Porta Collina presso Castel S. Angelo fino ai gradini della basilica. Fino ai gradini da piazza S. Pietro lo scortavano i senatori, prendendone in consegna il cavallo. Il primicerio dei giudici romani lo affiancava dall’antica vicina cappella esterna di S. Maria in Turribus fino alla porta principale della basilica. Dentro, davanti alla transenna destra, i notai pubblici della città in cappe di seta si alternavano con suddiaconi della curia romana e cappellani imperiali nella lode liturgica all’imperatore appena coronato. Anche a queste e altre comparse plaudenti in rappresentanza della città di Roma (prefetto, senatori, giudici, avvocati e notai, prefetti della flotta) andavano donativi imperiali, per mano del papa.
Era il papa, la massima autorità ecclesiastica in Europa occidentale, l’attore protagonista, cui era dovuto ossequio estremo. Saliti a piedi i gradini fino alla spianata dove il papa lo attendeva in paramenti sacri seduto su un faldestorio, il futuro imperatore gli baciava i piedi e donava oro a volontà, ricevendone bacio di pace e abbraccio sempre da seduto. Prono fino a terra si prosternava nella basilica sotto l’altar maggiore davanti alla confessione del principe degli apostoli, e appena coronato su quell’altare si gettava a baciare i piedi del suo successore. Dopo il vangelo offriva altro oro ai piedi del papa ora assiso sul suo trono sopraelevato all’estremità ovest dell’abside. Finita la messa, lo precedeva nel luogo dove ne attendeva il cavallo, per aiutarlo a montare tenendogli la staffa e accompagnarlo un po’ reggendogli la briglia.
Solo dopo si metteva anch’egli in sella e cavalcava al suo fianco verso Castel S. Angelo fino all’antica S. Maria in Transpontina, per congedarsi da lui con un bacio più paritetico.
Spettava al papa, come inimmaginabile nell’antica Roma, conferire la dignità imperiale, in una chiesa e durante la messa, secondo la concezione vigente che il potere viene da Dio.
Un’aura sacrale avvolgeva anche il futuro imperatore. Cooptato in S. Maria in Turribus fra i canonici di S. Pietro e da loro accompagnato con canti fino alla porta principale della basilica, qui sull’altar maggiore prima dell’introito era accolto dal papa con un bacio come un diacono. Ricevuta la corona dopo e sopra una mitra ecclesiastica, deponeva corona e manto a fine vangelo per offrire al papa sull’altare calice e ampolla come un suddiacono e restarci fin quando dal trono absidale ne riceveva la comunione.
Vari gli atti costitutivi della cerimonia. Dalla sommità dei gradini il futuro imperatore scortava il papa all’altare di S. Maria in Turribus, davanti a cui giurava a Dio e San Pietro di proteggere e difendere papa e Chiesa romana in ogni necessità e per ogni possedimento, prerogativa onorifica e diritto. Ritiratosi il papa, lo accompagnavano con preghiere il cardinale vescovo di Albano davanti alla porta principale di S. Pietro, quello di Porto subito dentro, sul disco di porfido del pavimento, e quello d’Ostia all’altare di san Maurizio, nel transetto meridionale, dove ne era unto al braccio destro e fra le scapole.
Sempre con preghiere, dopo epistola e graduale il papa sull’altar maggiore come simboli del potere gl’imponeva la corona o diadema e consegnava scettro e globo d’oro, da portare l’uno nella sinistra e l’altro nella destra. Prima o dopo l’incoronazione lo faceva soldato di San Pietro cingendolo con una spada sguainata tratta anch’essa dall’altare, simbolo del dovere di difendere Chiesa e cristiani.
Con variabili come l’assenza del cardinale vescovo di Albano, legato papale alla quinta crociata, più o meno così Onorio III fece imperatore Federico II, otto anni prima appoggiato dal papa precedente come re in Germania quand’era solo il re ragazzino di Sicilia. Ne ottenne la promessa di partire per la crociata, e gli consegnò la croce il cardinale vescovo di Ostia.
Quest’ultimo sette anni dopo, come papa Gregorio IX, per i continui rinvii della partenza gli comminò la prima delle scomuniche, sfociate sotto un papa successivo in deposizione, segnandone il destino al culmine dello scontro fra i due poteri.
Livia Fasola

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