Federico Marrone: dalla palla ovale alle profondità degli abissi

Federico Marrone con il suo passaporto Federico Marrone con il suo passaporto

Dall’azzurro della piscina al verde di un campo di rugby, fino alle profondità oscure degli abissi. Mondi che sembrano molto distanti tra di loro, sia fisicamente che emotivamente. È possibile compiere questo importante passaggio? A quanto pare sì: Federico Marrone, ex atleta del Rugby Como, racconta la sua storia personale da atleta a palombaro nell’Oceano Atlantico.
«Sono un ragazzo nato nel 1990 a Como – spiega Federico – La mia vita non è stata mai lineare e tranquilla, e forse uno dei primi avvenimenti che hanno formato la persona che sono adesso è stato il mio primo approccio allo sport. Infatti a quattro anni i miei genitori decisero che era ora di iniziare a farmi fare qualche attività fisica; sono passato attraverso la piscina e la pallanuoto».
«Purtroppo il rapporto con la pallanuoto si incrinò quando avevo 14 anni – aggiunge – poiché quattro allenamenti a settimana di due ore ciascuno, più la partita domenicale, erano un po’ troppo per un ragazzino. La scuola non andava molto bene, ma un giorno ebbi una rivelazione: era da un paio di anni che seguivo il rugby e scoprii che un istituto professionale di Como aveva introdotto questo sport come attività extra-scolastica. Mi informai e pochi giorni dopo ero ad allenarmi con loro».
Ma non fu tutto rose e fiori: «Ci preparavamo su un campo di terra battuta e pietrisco, con il sole, la pioggia scrosciante, la neve o il ghiaccio; ad ogni seduta c’erano tagli, ferite, abrasioni, contusioni da medicare. Ma a me piaceva e avevo trovato la mia realtà. Più mi facevo male, più mi sentivo vivo e fiero».
L’avventura nel mondo del rugby continuava incessantemente tra allenamenti e partite, tra posti da titolare guadagnati e posti in panchina, tra vittorie, sconfitte e davvero tanti infortuni più o meno gravi, ma mai Marrone ha pensato di abbandonare.
«A scuola, in una materia ero davvero bravo: l’inglese. Però abbandonai gli studi prima della maturità e trovai una occupazione come custode. Era terribile perché lavoravo sempre di notte, dalle 23 alle 7 del mattino ed ero pagato pochissimo. Sul campo di rugby andavo bene, ma durante un match mi lussai una clavicola: un segno del destino».
Destino che stava per cambiare: «Venni a conoscenza dell’evoluzione della figura del cosiddetto palombaro a livello civile. Ora non si parla più di subacquei né di palombari, appunto, ma di commercial diver. Cioè un addetto a costruire, riparare, recuperare nell’ambiente subacqueo; una sorta di “tuttofare dell’acqua”».
Il commercial diver opera in ambienti inshore come porti, dighe, laghi e bacini chiusi o offshore, cioè in mari aperti e oceani. Ma bisogna seguire dei corsi appositi; per fare questo lavoro non servono diplomi o brevetti precedenti. «Mi iscrissi a Fort William, nel Nord della Scozia – racconta Federico, che all’epoca aveva 23 anni – perché quello era considerato da tutti il miglior corso del mondo. Venni sistemato in camera con altri divers che avevano già iniziato la formazione: i miei nuovi compagni di avventura erano due russi grossi e scorbutici con cui però feci presto amicizia».
Non fu un approccio facile: «La mia professione, per le classifiche mondiali, è considerata la più pericolosa di tutte. Comunque le settimane passavano tra lezioni, almeno un’immersione al giorno e test. Particolare da non sottovalutare e su cui gli istruttori insistevano: in questo lavoro, come nel rugby, è il team che vince, non il singolo».
Dopo la teoria, però, era giunto il momento della pratica. «Sì, perché tornato a casa giunse la svolta che aspettavo: arrivò la chiamata di una società che mi fece partire per un suo progetto; la location erano le acque della Nigeria e le compagnie che commissionavano il lavoro erano due delle aziende di petrolio più importanti al mondo».
«Il compito della nave sarebbe stato di rilasciare la tubatura sul fondale, aggiungendo di volta in volta frazioni di tubo – aggiunge – Noi diver dovevamo semplicemente monitorare due volte al giorno la tubatura e osservare se scendesse bene sullo scivolo adibito all’accompagnamento sul fondale. Finito questo compito il nostro successivo incarico sarebbe stata la connessione tra la piattaforma e la tubatura stessa, dato che non poteva venir effettuata dalla nave. La sezione di tubo era lunga 12 metri e pesava 7 tonnellate».
Dopo quel lavoro passarono poco più di 2 mesi, ma alla fine il comasco trovò un altro contratto con la medesima società che lo aveva assoldato la prima volta: destinazione Angola.
Federico ha lavorato nelle acque nigeriane, in Congo e in Angola – dove si trova in questi giorni – due volte. La sua professione gli ha permesso di viaggiare attraverso anche Costa d’Avorio, Camerun ed Etiopia «potendone ammirare le bellezze del panorama e la cultura», aggiunge.
Ma la tensione rimane sempre alta: «Spesso ci troviamo a lavorare per ore in situazioni di estremo stress fisico ed emotivo, nella maggior parte dei casi con zero visibilità per il fango del fondale alzato. E siamo costretti a lavorare completamente alla cieca».
Ma Marrone non si lamenta. Anzi. «Qualcuno potrebbe pensare che sia stato fortunato e magari può anche avere ragione – conclude – Però se sono arrivato a questo punto è perché mi sono fatto sempre trovare pronto, non ho mai detto no alle sfide, non ho mai rifiutato di buttarmi in situazioni nuove e sconosciute».
Davide Cappelletti

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