Fent, il romanzo riflette sulla storia

Scrittura

Il comasco Davide Fent pubblica un romanzo, Finché morte non ci separi (Youcanprint, 226 pagine) che richiama le atmosfere di Thomas Mann e Fred Uhlman e insegna a guardare alla storia e alle sue tragedie con occhio più empatico. Siamo ad Asolo, nel 1919. Un albergo diventa il palcoscenico su cui danzano le esistenze prive di meta di uomini e donne, reduci in tutti i sensi, biografici ed esistenziali. Un teatro di anime e corpi straziati, frantumati, segnati nel profondo. Le crisi e i dolori che verranno traggono linfa anche da questo scenario umano in cui l’autore affonda la sua penna sensibile. Sa raccontare la guerra e i suoi effetti su vite desiderose di consolazione (e a volte di morfina) in una storia dove trovano udienza al tempo stesso la voglia di riscatto e la malinconia, l’amore e la poesia come rifugio (non a caso all’inizio c’è una citazione dal Sereni de Gli strumenti umani) e l’amicizia come possibilità di far fiorire la speranza nel cuore di una Europa malata che cerca di risorgere dalla proprie ceneri. Ma la malattia mortale che cova è l’incipiente dittatura, che in Italia sta per assumere non solo nere casacche ma anche il volto folcloristico delle imprese dannunziane.

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