Ferruccio de Bortoli: «Una città come Como avrebbe già dovuto risolvere il problema del lungolago»
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Ferruccio de Bortoli: «Una città come Como avrebbe già dovuto risolvere il problema del lungolago»

Como e il suo lungolago, la difesa dell’Europa senza retorica, l’epoca degli insulti in politica, il potere nascosto e inconfessabile, il cinismo connaturato al mestiere del giornalista e l’etica professionale. Di tutto questo e di altro ancora parla Ferruccio de Bortoli, milanese, 65 anni, per due volte direttore del “Corriere della Sera” e una del “Sole 24 Ore”, attuale presidente della casa editrice Longanesi e dell’associazione Vidas, che si occupa di assistenza ai malati terminali.
Lo fa con il consueto garbo e con disponibilità in questa intervista a margine della serata organizzata dal Soroptimist di Como nella Sala Bianca del Teatro Sociale, che lo ha avuto come ospite d’onore.
Sollecitato sul suo legame con il Lago di Como, de Bortoli scherza sulla casa di famiglia di Laglio, sfortunatamente venduta prima dell’arrivo di George Clooney e del conseguente aumento di valore degli immobili.
Direttore, lei conosce il nostro lago. Che idea si è fatto del perché una città bella e ricca come Como sia costantemente incompiuta? È universalmente nota la vicenda del lungolago…
«Como è un concentrato di qualità e, a volte, nel suo irrituale modo di essere qualche difetto lo coltiva con una certa pervicacia. Una città come Como il problema del lungolago avrebbe dovuto risolverlo da tanto tempo. Però il contenzioso fa parte della cultura italiana e probabilmente l’aria lacustre fa sì che sia ancora più profondo e ispido».
Lei è stato invitato a Como a parlare di Europa tra rilancio e declino. Può dire qualche buona ragione per il rilancio?
«L’Europa ci ha assicurato settant’anni di pace. I problemi che angosciano il continente europeo possono essere risolti soltanto dall’Unione Europea. È l’unica entità politica che riesce a contrapporsi ai nuovi poteri digitali. Se alcune regole vengono messe alla rete, queste sono soprattutto europee. Il petrolio dei prossimi anni saranno i dati, i nostri, anche quelli più sensibili. Li vogliamo cedere senza nemmeno averne il controllo e il corrispettivo?».
In un suo recente articolo di fondo sul “Corriere della Sera” lei esorta il premier Giuseppe Conte a richiamare i suoi azionisti di maggioranza, Di Maio e Salvini, a sobrietà e rispetto delle istituzioni. Come si è arrivati a questa era tutta all’insegna di strappi, insulti e cattivismi?
«Penso che la causa principale sia il degrado sul piano educativo. Poi ci sono stati la perdita di consistenza dell’educazione civica e l’emergere di egoismi accompagnati da fenomeni economici che abbiamo conosciuto. Aggiungiamo il maggiore individualismo, il minore senso della comunità, l’idea che il collettivo sia fatto da persone che hanno gli stessi interessi senza la minima attenzione agli aspetti legati al bene comune. Purtroppo. Ciò ha anche contribuito al cambiamento del mondo dell’informazione: la digitalizzazione, l’idea che tutti possano parlare con tutti, il nascondersi dietro l’anonimato che è una forma assolutamente meschina di comunicazione. Io penso che in una democrazia l’anonimato non debba essere assolutamente consentito e tutti debbano essere responsabili delle proprie azioni. In definitiva, c’è stato un degrado culturale, una perdita formativa legata forse anche al crescere delle disuguaglianze, un impoverimento non solo materiale, ma anche spirituale».
Nel suo libro “Poteri forti (o quasi)” lei scrive che l’Italia ha avuto raramente poteri forti. Piuttosto ne ha avuti e ne ha di opachi. Crede che questa sia una specificità connaturata al nostro carattere nazionale?
«Il nostro Paese ha poco più di un secolo e mezzo di vita come nazione unita. Abbiamo diverse anime sulle quali fondiamo le nostre diversità che sono una ricchezza. Tutto questo si porta appresso una serie di poteri plurali. Non dimentichiamo poi la contrapposizione molto forte che c’è stata tra laici e cattolici con sperimentazioni ideologiche molto accese, ideologiche, violente, tristi e funeree. Abbiamo criminalizzato la dimensione industriale e finanziaria, pensando che rappresentasse un attentato alla democrazia. Cosa che, ovviamente, io non ritengo sia fondata. Così, in presenza di pochi poteri forti trasparenti si coltivano quelli opachi delle alleanze sotterranee, delle amicizie e delle cordate e di una serie di appartenenze locali che non fanno sì che si crei uno spirito nazionale».
Nelle prime pagine del suo libro lei parla a cuore aperto degli esordi da giovane cronista e anche delle difficoltà incontrate nel misurarsi con un certo cinismo della professione. Se lei dovesse dare un consiglio a un giovane che si accosta al mestiere del giornalista, cosa direbbe?
«Oggi io sarei molto più rigido nel raccomandare un assoluto rispetto dell’etica professionale e delle leggi. In una visione romantica e novecentesca il giornalista era un po’ un figlio di buona donna, che s’incuneava e a volte stava anche borderline rispetto alla regole… Ciò ha prodotto ottimi giornalisti, ottimi scrittori, ottimi sceneggiatori di film. Oggi, soprattutto dopo Wikileaks (l’organizzazione che riceve in modo anonimo documenti coperti da segreto, ndr), dobbiamo dire con forza che il giornalista non è un guardone. Utilizza tutti gli strumenti che la legge gli mette a disposizione per conoscere delle verità e per fare in modo che ci sia una trasparenza che è linfa vitale di una democrazia e rende elettori e classe dirigente consapevoli. In questo però bisogna avere coraggio e forse averne più di prima perché i giornalisti oggi sono meno protetti, meno remunerati, abbandonati. All’estero ci sono giornalisti straordinari, che si sono fatti imprenditori di se stessi, vanno in luoghi di guerra, non hanno alcuna assicurazione e sono sottopagati. Però mi fa piacere notare che esiste ancora una passione un po’ ribelle e un po’ ruspante come ai miei tempi perché comunque questo è un mestiere straordinario e se lo si fa con passione io penso che non solo si renda un servizio, ma ci si diverta anche un po’».
Un consiglio ancora ai giovani che si accostano al giornalismo perché abbiano un rapporto corretto con il potere. Lei ha avuto i suoi problemi, anche con i premier, da D’Alema fino a Renzi.
Intanto provarci, provaci, provarci. Questa è una professione nella quale si fallisce spesso, ma bisogna avere la forza di rialzarsi. Poi si deve tener presente che essendo educati si può essere nel contempo fermi e non scendere a compromessi che non sono accettabili».

15 ottobre 2018

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Marco

Marco Guggiari mguggiari@corrierecomo.it


UN COMMENTO SU QUESTO POST To “Ferruccio de Bortoli: «Una città come Como avrebbe già dovuto risolvere il problema del lungolago»”

  1. Infatti è proprio quello che si chiedono tutti i Cittadini. C’è voluto un “pensionato” per accorgersi di un muro che si frapponeva fra Como e il lago, poi altri mille problemi. Speriamo che la magistratura chiarisca le responsabilità. I Comaschi, come il resto del Paese, si sono lasciati “abbindolare” dalle promesse senza aver avuto la forza di proteste “reali”, un tira a campare di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. Non mancano nemmeno altre “chicche come la Ticosa”, ancora una palude in tutti i sensi.

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