Filosofia al tempo dell’epidemia: siamo quello di cui abbiamo cura

Coronavirus

Il governo ha varato il decreto “Cura Italia”. Una scelta empatica potente quella della parola cura, legata soprattutto, nel caso delle disposizioni di legge, al nostro futuro economico. Ma la parola cura è in questi giorni sinonimo di sopravvivenza. Il pensiero va a tutti coloro che in queste ore drammatiche si stanno prendendo cura dei malati. Non solo assistendoli medicalmente ma anche spiritualmente, visto che non possono avere accanto a loro le persone care. La “cura” diventa così quell’abbraccio che non ci possiamo dare. E purtroppo arriviamo a scoprirne l’importanza solo quando ci troviamo in estrema difficoltà, quando tutte le risorse di autosufficienza si esauriscono e ci rendiamo conto di quanto abbiamo bisogno degli altri, fosse solo uno sguardo, una parola, un gesto affettuoso.
Ha dedicato ampie e profonde riflessioni all’importanza della cura e alla sua definizione la filosofa Luigina Mortari nel suo saggio Filosofia della cura (Raffaello Cortina Editore, 19 euro). «Nel campo dell’esperienza umana – scrive Luigina Mortari – ci sono cose essenziali, irrinunciabili. Tuttavia può accadere che questa essenzialità, pur evidente nella quotidianità, sfugga al lavoro del pensiero. Spesso ciò che è essenziale è ciò che ci è più vicino, parte strutturale e inevitabile dell’esperienza».
La cura rientra nell’ordine delle cose essenziali, perché «per dare forma al nostro essere possibile dobbiamo aver cura di noi, degli altri e del mondo. Il nostro modo di stare con gli altri nel mondo è intimamente connesso con la cura che abbiamo ricevuto e con le azioni di cura che mettiamo in atto. Siamo quello che facciamo e quello di cui abbiamo cura».
La relazione con gli altri è ciò che ci definisce come individui, la nostra unicità è possibile solo perché siamo in continuo divenire insieme con gli altri. E poiché la vita umana è fragile e vulnerabile, il lavoro di cura è essenziale proprio in quei momenti in cui la vulnerabilità e la fragilità si mostrano così prepotentemente. Per poterlo comprendere nelle sue qualità essenziali, Luigina Mortari affronta l’esame del fenomeno della cura a partire dall’esperienza. Seguendo il metodo fenomenologico, traccia una teoria descrittiva della cura che costituisce lo sfondo per disegnare una valida politica dell’esperienza della cura: «Ciò che dà più senso alla vita sono i beni relazionali, come l’amicizia, l’amore, i legami politici finalizzati a costruire spazi condivisi, e con essi tutte le azioni connesse alle virtù che creano buone relazioni: gentilezza, cortesia, solidarietà, compassione, generosità». Parole che suonano, ora, come balsamo e incoraggiamento.

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