Il caso Ca’ d’Industria(a.cam.) «Non è possibile formulare un giudizio di certezza sull’intenzione del brigadiere Miccoli di mistificare la realtà confezionando un verbale così privo di riferimenti a eventi precisi. La decisione sulla calunnia è strettamente legata a quella sul falso: caduta l’una, cade anche l’altra». È racchiusa in questa conclusione la decisione della Corte d’Appello di Milano che, il 17 settembre scorso, ha ribaltato la sentenza di primo grado e ha assolto il brigadiere della guardia difinanza Michele Miccoli dall’accusa di concussione per induzione, falso e calunnia.
Una motivazione che non lesina pesanti critiche all’operato di Miccoli che ha «abusato dei poteri e violato i doveri» che a lui «facevano capo». L’inchiesta era legata alla decisione dei vertici di Ca’ d’Industria di affidare all’esterno il servizio mensa, volontà che aveva agitato le proteste dei dipendenti. In primo grado, Miccoli era stato condannato a 3 anni e 4 mesi. La Corte d’Appello dunque, pur contestando aspramente i metodi utilizzati nell’esaminare il sindacalista Davide Scarano («sarebbe stato doveroso un mea culpa»), «dubita che la condotta dell’imputato abbia assunto forme concussive». Insomma: «Non è possibile esprimersi con certezza sul come si sia pervenuti alla formazione di un atto di polizia giudiziaria».
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