Finestre rotte e buone maniere

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di Lorenzo Morandotti

Il turismo cresce sul Lario e fa ben sperare  l’economia locale (l’importante è che non sia sommersa, occorre sempre vigilare e sanzionare chi pratica  il “nero” frodando non solo il fisco ma gli altri cittadini). Eppure siamo ancora lontani da uno sfruttamento condiviso e organico dei relativi giacimenti (paesaggio, cultura, infrastrutture, capitale umano ossia addetto ai vari servizi). E così oltre alle eccellenze che questa estate hanno di nuovo attratto (e mai in modo così massiccio) il cinema di Hollywood con la produzione Netflix Murder Mystery, siamo sempre alle prese con il degrado, che rende il territorio molto meno appetibile di quel che sembra a un primo sguardo o per la fama che lo accompagna.

Le nefandezze storiche le conosciamo tutti, a Como si chiamano lungolago negato e area ex Ticosa. E poi ci sono aree le cui magagne sono altrettanto sedimentate nel tempo ma rischiano di passare in secondo piano, come la pregevole cittadella razionalista sul lungolago, che ha lo stadio Sinigaglia come fulcro. Una zona di memoria e monumenti da restaurare a fondo (ben oltre l’apparato verde) e riprogettare nelle sue funzioni di accoglienza, unica per i valori molteplici che contiene di testimonianza storica e di presenza paesaggistica. Aree in cui spesso la cronaca si cimenta per storie di quotidiano degrado, che chiama in causa sia la mancata manutenzione sia la maleducazione di cittadini e visitatori. I quali, trovando secondo un celebre aneddoto sociologico la finestra già rotta da altri, sono indotti, più o meno inconsciamente, a romperne delle altre, generando un vizio pericoloso. Degrado chiama degrado: è il principio noto come “broken window” che però ha anche un gemello positivo: laddove la finestra è tutelata e regge la sfida del tempo, anche gettare un mozzicone o una cartaccia sembrerà un atto ripugnante. Pretendere più vigilanza e più sanzioni è giusto, vano tuttavia pretendere che la pubblica amministrazione vigili 24 ore al giorno sulla vita quotidiana di ogni singola fioriera o su ogni centimetro di selciato. Ed ecco che entra in campo, fondamentale per la tutela del bene pubblico, proprio la “gente”, quella società civile (purtroppo  spesso incivile) che usa l’aggettivo “social” solo riferendosi alla virtualità elettronica delle moderne comunicazioni di massa. Ma sarebbe più “social” condividere una pratica virtuosa nel mondo reale, come appunto  pretendere, a maggior ragione se stiamo parlando di un luogo di pregio che ha ottime potenzialità di attrazione turistica, che la sporcizia, il degrado, la presenza di un disagio fossero appunto circoscritti. Scarseggiano però  gli anticorpi, e forse ce li siamo giocati  nell’indifferenza con cui si è tollerato oltre misura il degrado nelle città. L’associazione “Per Como Pulita” che ha vinto l’Abbondino d’Oro per il suo lavoro di ripristino di chilometri di pareti pubbliche e private coperte  dai writers ammette che dopo anni di insistenza la città pare più pulita: si ha forse meno abitudine al lerciume  laddove c’è una pratica costante di pulizia e vigilanza. Come la cattiva anche la buona educazione si impara, costerà fatica all’inizio ma  potrebbe  portare qualche soldo e turista in più.

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