Football Club Como, game over. Carlo Tavecchio: «Non c’è più niente da fare»

Carlo Tavecchio, comasco e presidente Figc

«Per il Como non c’è più niente da fare». Lo dice a malincuore, Carlo Tavecchio. Comasco di Ponte Lambro e oggi presidente della Federcalcio, nonché commissario ad interim della Lega di Serie A. «Non ha rispettato i termini per l’affiliazione – ribadisce al telefono al Corriere di Como – lunedì uscirà il comunicato ufficiale della Federazione sulla sua esclusione». Il Como non c’è più. Qualcuno tenterà di farlo rinascere, e si dovrà aggrappare ai vari lodi Petrucci. Ma la storia della squadra si interrompe qui.

«Naturalmente – dice ancora Tavecchio – dispiace molto quanto sta accadendo. Per la città, certo, ma anche per la tradizione sportiva di questa piazza che, per ovvi motivi, conosco bene. Mi sono ancora una volta meravigliato di come nessuno degli imprenditori locali si sia fatto avanti per tenere in vita questa gloriosa squadra», aggiunge il numero uno della Figc, ponendosi una domanda che altri si sono fatti senza naturalmente trovare una risposta convincente. Il futuro delle maglie azzurre con la croce bianca in campo rosso è incerto. Nebuloso. «Adesso deve intervenire il sindaco – chiarisce Tavecchio – La Federazione farà sicuramente la sua parte. Ma attenzione: bene che vada, la ripartenza sarà lontana dal calcio professionistico. Ricominciare vorrà dire partecipare a un campionato interregionale».

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Indietro non si torna. Le possibilità sono finite. «Credo che nelle scorse settimane sia stata dimostrata da parte nostra tutta la disponibilità a recepire le difficoltà di una nuova società – conclude Carlo Tavecchio – ma ora il tempo è ormai scaduto. Lunedì (domani, ndr) si iniziano a guardare le iscrizioni. E il Como è fuori». La parole del massimo dirigente della Federcalcio – che il destino cinico e baro di questa estate bollente ha voluto fosse comasco – fanno piazza pulita di speranze e illusioni. Di tentativi dell’ultimo minuto e di rincorse disperate. E mettono in evidenza ancora una volta l’incredibile gestione di tutta la vicenda, caratterizzata da un approccio a dir poco dilettantesco.

Sempre ieri sono emersi altri retroscena, ad esempio sull’affiliazione mancata alla Federcalcio. Giuseppe Baretti, presidente del comitato regionale lombardo, ha infatti rivelato che subito dopo l’acquisto all’asta della società, i nuovi proprietari andarono nella sede milanese del comitato per istruire la pratica dell’affiliazione. «Abbiamo dato loro il modulo necessario e anche assegnato un numero di matricola – spiega Baretti – ma nelle settimane successive non è accaduto nulla. Ancora ieri (venerdì, ndr), il database della Federazione, alla voce “Como”, riportava la dicitura “Società in attesa di affiliazione”».

In realtà, quindi, chi ha comprato dal fallimento ben conosceva i passaggi necessari a restare dentro il circo Barnum del pallone italiano. E si era anche preoccupato di mettere in modo le procedure. Per poi, inspiegabilmente, fermarsi. E a nulla valgono i malinconici, estremi, tentativi di iscrizione al campionato di Lega Pro. Ciambelle di salvataggio, ma pesanti come il marmo. Lanciati in direzione dei naufraghi ormai preda delle onde. Domani, gli uffici e i consulenti della Lega Pro metteranno mano alle carte spedite via mail dal Como contenente la domanda di iscrizione al campionato. L’unica che andava depositata nel termine perentorio del 30 giugno.

Il punto, hanno ribadito ancora ieri dalla sede fiorentina della Lega Pro, è che nel caso del Como manca il presupposto di partenza, vale a dire l’affiliazione alla Federcalcio. «Lo scoglio dell’articolo 52 delle norme organizzative». Così lo definiscono in Lega Pro. L’affiliazione, che la nuova società non ha mai ottenuto (e forse nemmeno chiesto). Peraltro, sempre dagli uffici toscani della Lega, si fa notare un altro, interessante, particolare: il Como ha giocato con l’esercizio provvisorio dalla data del fallimento e sino all’acqui – sto all’asta. Ma negli ultimi mesi, durante cioè la conduzione di Puni Essien, è scesa in campo una squadra “fantasma”, senza affiliazione. Chi è stato retrocesso dalla Lega Pro potrebbe, forse a buon diritto, chiedere se tutto ciò fosse regolare e pretendere una spiegazione. Fino a depositare un ricorso alla giustizia sportiva con cui chiedere conto e ragione di questa apparente (ma vistosa) anomalia.

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