“Forno degli orrori” di Biella, le famiglie comasche: «Siamo vittime, vogliamo la verità»

Tempio Crematorio Biella

«Siamo anche noi vittime di quanto successo. E chiediamo che qualcuno faccia giustizia. Non siamo di serie B, vogliamo sapere la verità».
A parlare è una donna comasca di Albate, che dopo aver perso il marito l’aveva portato (era il 2018) a cremare in quello che poi si rivelerà (e verrà definito) il “forno degli orrori” di Biella. I responsabili della ditta che lo gestiva in quegli anni, infatti, furono arrestati e indagati (e nei giorni scorsi condannati in primo grado) per i sospetti di gravi irregolarità nella gestione delle cremazioni. Si ipotizzava addirittura che le ceneri dei defunti fossero state confuse, mischiate o persino gettate tra i rifiuti, il tutto per velocizzare le operazioni e intascare più soldi.
Non tutte le vittime però – ed è questo il punto – sono state comprese tra le parti civili del fascicolo principale del processo. Per decine di familiari infatti – tra cui molti comaschi, visto che Biella era uno dei forni alternativi a quello del Cimitero Monumentale di Como fuori servizio – la Procura di Biella aveva concluso con la richiesta di archiviazione. Un atto che ha però portato tutti in aula in questi giorni per discutere, di fronte al Gip e al procuratore Teresa Angela Camelio, l’opposizione all’archiviazione.
Buona parte dei familiari delle vittime si sono presentati con il legale del Codacons, altri – come la donna di Albate – con un proprio avvocato. «Abbiamo affrontato il tema della riunione dei fascicoli rimasti e divisi da quello principale – ha commentato l’avvocato Jacopo Maioli – Ma secondo noi mancherebbero anche atti di indagine rimasti nel fascicolo principale».
La questione è stata per ora rinviata a gennaio, quando le parti si ritroveranno di nuovo di fronte, verosimilmente non in presenza (ma ognuno davanti a un pc, per motivi legati alla pandemia) anche se al momento non è escluso nemmeno che l’udienza possa svolgersi (visto l’alto numero di persone interessate) in una palestra. Secondo la Procura che aveva chiesto l’archiviazione, i fatti esaminati rientrerebbero «in uno schema operativo sicuramente ricorrente, ma non esclusivo… come emerso nelle dichiarazioni degli indagati». Che però, avrebbero avuto tutto l’interesse (ovviamente) nel diminuire il più possibile il numero di eventuali parti lese. E tuttavia, sempre secondo la Procura, gli stessi fatti «non sarebbero suscettibili di essere estesi» in base a «meri sillogismi», anche per «l’impossibilità scientifica del relativo accertamento».
Secondo il consulente, infatti, dalle ceneri non sarebbe stato possibile estrarre il Dna per attribuire con certezza il ruolo di parte lesa. Rimane però il fatto altrettanto innegabile che tutte queste vittime «non indicate come parti offese», i propri cari a Biella li hanno portati per la cremazione, e nei giorni indicati dall’accusa. E, almeno per quanto riguarda la moglie di Como, nessuna ispezione è mai stata effettuata tra i frammenti ossei dell’urna. «Peraltro – scriveva ancora il legale Maioli, nella sua opposizione all’archiviazione – non è stato rinvenuto il verbale di cremazione e consegna dell’urna cineraria».

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