Franco debole e stipendi più leggeri: aumenta il malessere tra i frontalieri

Franco svizzero

Le buste paga più leggere in Canton Ticino fanno volare le polemiche. In particolare, tra le migliaia di frontalieri che due anni e mezzo fa si videro tagliare stipendi e salari del 15-20% e che adesso vorrebbero fosse loro restituita almeno una parte del potere d’acquisto perduto. Il 5 gennaio del 2015, una decisione improvvisa dei vertici della Banca Nazionale di Berna proiettò il franco verso la parità con l’euro. In pochi minuti la moneta elvetica passò contro euro da 1,20 a 1. Fu uno shock autentico. Che le imprese, soprattutto quelle manifatturiere, assorbirono tuttavia molto rapidamente. Facendo pagare il conto soprattutto ai dipendenti provenienti dall’altra parte del confine. Nel giro di alcune settimane, infatti, le buste paga dei frontalieri vennero alleggerite con la scusa dell’accresciuto valore della divisa svizzera. E, in assenza di un contratto collettivo, poco o nulla fu possibile fare per opporsi a scelte palesemente inique e discriminatorie.

A distanza di una trentina di mesi, con il franco tornato a 1,15 contro euro, quei salari e quegli stipendi non sono stati adeguati in senso inverso. Sono rimasti bloccati. Generando malessere tra i lavoratori e profitti record nei bilanci delle aziende. Andrea Puglia, responsabile frontalieri per il sindacato ticinese Ocst, parla di una necessaria «distinzione da fare tra le imprese che allora firmarono accordi sulla “crisi” valutaria e aziende che invece agirono senza alcuna consultazione. Dove l’Ocst riuscì a stringere intese venne inserita una clausola esplicita – dice Puglia – motivo per cui con il ritorno del franco a valori più bassi i salari sono stati adeguati». Il fatto è che questi accordi sono pochissimi. Sul totale delle imprese artigiane e industriali ticinesi, dice Giovanni Scolari, segretario Ocst del Luganese, «parliamo di un centinaio in tutto». Una goccia nel mare del lavoro nel cantone di lingua italiana.

«Da parte nostra abbiamo sempre contrastato queste riduzioni unilaterali degli stipendi – dice ancora Scolari – in alcuni casi siamo arrivati anche davanti al Tribunale federale che ci ha dato ragione su pagamenti in euro o diminuzioni di salari. Purtroppo è anche vero che, dove non ci sono contratti collettivi o aziendali, oggi non siamo nelle condizioni di chiedere un adeguamento». Il ritorno al passato è, insomma, una specie di chimera. Una speranza che si infrange contro un gigantesco vantaggio competitivo acquisito dalle imprese negli ultimi due anni e mezzo.

La battaglia del sindacato si sta però spostando, negli ultimi tempi, verso il cosiddetto “salario minimo”. Una battaglia il cui esito è sempre più incerto (e meno sfavorevole al sindacato) dopo la sentenza dei giudici di Losanna che hanno stabilito – finora soltanto per il Cantone di Neuchâtel – la validità e la sostenibilità del principio del salario minimo. «Il governo di Bellinzona – spiega Scolari – dovrebbe fare presto una proposta di conciliazione sul tema. La soglia che noi riteniamo giusta è di 20,34 franchi all’ora, che equivalgono a poco meno di 3.525 franchi mensili». Su questo punto gli imprenditori hanno però alzato un muro. Oggi il livello medio salariale dei frontalieri è di 14-15 franchi all’ora. Una soglia che in alcuni settori dell’industria scende anche a 13,5 franchi. Il salario minimo viene visto dalla confindustria ticinese come un elemento di forte destabilizzazione e non sono state poche le “minacce” di delocalizzare gli insediamenti produttivi. Da. C.

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