Frangi, Confcooperative: «Misure restrittive, non mi associo al coro di chi parla di esagerazione»

Mauro Frangi

«Credo che continuare nelle misure restrittive sia sensato, l’unica cosa da fare. Gli scienziati ci dicono che se si vuole ridurre il numero di contagi e la diffusione del virus bisogna evitare i contatti ravvicinati. Noi lo stiamo facendo non con misure di polizia ma con la responsabilità di chi sceglie le uniche, possibili, misure di convivenza».
Sa di essere, probabilmente, una «voce fuori dal coro», il presidente di Confcooperative Insubria, Mauro Frangi. Ma sceglie lo stesso di andare controcorrente perché, dice, «la situazione è seria».
Come giudica quanto sta accadendo?
«Nel nostro mondo, parlo delle cooperative, ci sono molte difficoltà. Penso alle imprese che operano nelle scuole, nella cultura, nell’assistenza alle persone. Ma è un approccio sbagliato dire “si sta esagerando”».
Che cosa glielo fa credere?
«Ad esempio l’impatto sul sistema sanitario, che è fortissimo».
Ma i cittadini sono disorientati: un giorno vengono rassicurati e il successivo spaventati a morte.
«La politica avrebbe dovuto evitare contrapposizioni e polemiche e favorire la consapevolezza delle persone. Presentarsi in mascherina due giorni dopo aver detto che si tratta di una semplice influenza è del tutto contraddittorio. Ma il problema più importante è un altro».
Quale?
«Iniettare il virus della sfiducia è più pericoloso. Se tutto diventa relativo, se c’è perdita di autorevolezza della scienza o delle istituzioni, corriamo il rischio di passare, come ha detto qualcuno, dalla quarantena dei corpi alla quarantena della fiducia».
Come si combatte una guerra così complicata?
«Occorre che i mondi associativi, il tessuto connettivo delle grandi e piccole strutture sociali, lavorino alla costruzione di fiducia, di coesione. Non si esce da tutto questo se non con uno sforzo di corresponsabilità. Vale per la politica, che dovrebbe mettere da parte le polemiche, ma anche per tutti gli altri attori. L’economia si ferma perché manca la fiducia; le misure in atto riporteranno alla normalità sanitaria, ma per la normalità sociale servirà uno sforzo più grande».
In ogni caso, l’impatto sulla vita quotidiana è gigantesco.
«Sì, ma può servire anche da lezione. Probabilmente saremo costretti a rinviare la nostra assemblea elettiva, il cui tema, fissato da tempo, è “Costruttori di bene comune”. Ci stiamo accorgendo quanto la salute sia un bene comune e come sia possibile tutelarla soltanto se si è capaci di costruire convergenza di interessi e di azioni. Il virus non è un flagello divino, con questo tipo di rischi dovremo forse convivere più frequentemente in futuro. Il nostro modello di sviluppo ha generato problemi come il cambiamento climatico e una globalizzazione non governata, dobbiamo perciò ripensare noi stessi e come stiamo nel mondo».
Intanto però le aziende rischiano il collasso.
«Ci sarà tempo per contare i danni e mettere in campo le misure di sostegno a chi ha perso reddito, ricordo la grande stagione degli ammortizzatori in deroga che dopo il 2008 ha salvato il Paese e le imprese. Serviranno tanti soldi ma ci penseremo dopo, quando le cose saranno risolte. Ora dobbiamo costruire un rapporto diverso con la realtà e con gli altri».
Non è un discorso troppo “alto” in una situazione di emergenza?
«No, non credo. Economia e mercato non bastano più a generare ricchezza, è l’interazione tra le persone che fa la differenza. Penso che questo sia ormai chiaro a molti».

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